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CAPITOLO 1 - L'AMORE DI PADRE KOLBE -

Un padre Kolbe lottatore ad oltranza potrebbe ingenerare, sia pure a primo impatto solamente, equivoci o, per lo meno, sorpresa e perplessità. Il cristiano non è, forse, figlio della pace in tutti i sensi, colui, cioè, che dopo aver fatta la pace nel suo cuore, cerca di farla, anche, con i fratelli e l'universo intero?

Non si fraintenda. Lo spirito di battaglia del P. Kolbe è da vedersi ed intendersi unicamente nella pro­spettiva totale dell'amore soprannaturale. Per tutta la vita, egli non ha fatto che amare ed amare con l'ardore dei santi più eroici. Dal suo abbraccio tenerissimo e sincero nessuno venne escluso. Un'affermazione, questa, facile a provarsi, soprattutto se la si vede alla luce, oltre che delle varie singolarissime tappe della vita, del supremo olocausto di sé, compiuto a favore di uno sconosciuto, nel campo di Auschwitz.

1. P. Kolbe ha amato il suo «prossimo».

Affermare che P. Kolbe ha amato il suo prossimo equivale a dire che egli si è legato, con vincolo d'amore autentico, prima di tutto, con tutti coloro che, comunque, avevano con lui legami di sangue o di nazionalità o di religione e di ideali, e quindi parenti, amici, connazionali, confratelli di fede e di apostolato, ecc. E, in effetti, egli: Amò sua mamma, i suoi parenti tutti con amore tutt'altro che sentimentale o viscerale.

Alla mamma scrive spesso ma poco, perché problemi grossi l'assillano di continuo. Le poche righe, però, dicono bene il suo cuore, la sua gratitudine, il suo attac­camento umano e soprannaturale insieme. A lei comunica notizie liete e tristi, indugiando volentieri in dettagli di cronaca, che possono farle piacere. Le narra con gioia contenuta le vittorie e i succesi che, in nome dell'Imma­colata, va raccogliendo in patria e fuori. Le chiede pre­ghiere e sacrifici perché lui non defletta dalla via intra­presa, e possa rispondere, in pieno, ai disegni divini, e risolvere le difficoltà che lo incalzano da tutte le parti. Tenta pure di rassicurarla ed incoraggiarla quando incombe, terribile, la minaccia della deportazione e della morte, ben conoscendo l'angoscia di un cuore di mamma.

Si preoccupa della salute temporale ed eterna di suo papà e dei suoi fratelli, non nascondendo sentimenti di sofferenza e di preoccupazione, davanti a situazioni spesso, materialmente o moralmente, difficili.

Molto più numerose, invece, le lettere inviate a suo fratello P. Alfonso. Egli vive il suo stesso ideale; essen­dosi consacrato con tutto l'ardore della sua giovinezza, per esso va impegnando le migliori energie della sua anima. Gli scrive, oltre che per il vincolo di sangue e di religione a lui congiunto, anche per il bisogno di dar­gli direttive, di comunicargli notizie o per particolari esi­genze, e aiutarlo nelle gravissime difficoltà insorgenti dalla vita e dall'attività di Niepokalanòw specialmente. Gli scrive soprattutto dell'ideale che, insieme, hanno abbracciato; dell'obbedienza che deve dirigere e santificare ogni più piccolo gesto della vita e della giornata; del mistero dell'Immacolata, ecc. Lettere, spesso, bellissime e profonde.

Grande sarà il dolore di P. Kolbe quando P. Alfonso, colpito dalla TBC, si spegnerà ancora giovanissimo. Il suo dolore, per tanta perdita, sarà addolcito dal pensiero che lui è un «caduto» per la grande causa e che, in cielo, continuerà a lottare, accanto all'Immacolata.

P. Kolbe amò i suoi fratelli di religione

P. Kolbe conserva rapporti con molti religiosi, parec­chi dei quali o suoi compagni di studio a Roma o, comunque, conosciuti un po' dovunque.

Sempre cortese e gentile, non lascia alcuna lettera senza risposta, anche se breve e sommaria. Risponde a tutti, anche se si lagna sempre di avere troppo poco tempo a disposizione, di fronte all'immane lavoro da fare. È vero, P. Kolbe raramente ha effusioni di affetto come quelle, tipiche, di uomini meridionali, ma il suo affetto è indubbio. Esso balza, evidente, da tanti indizi, non ultimo quello di venire incontro, premuroso, a tutto quanto gli si chiede. È sempre preoccupato soprattutto di aiutare, di illuninare, di spingere al meglio, di confor­tare. A tutti augura sanità e grazia e benedizioni dal­l'Immacolata; e a tutti chiede. preghiere, perché lui non intralci i piani dell'Immacolata.

Naturalmente si fa più espansivo, più affettuoso per tutti coloro che condividono il suo ideale, o che sono cresciuti al calore del suo cuore, e cioé quelli di Niepoka­lanòw o di Mugenzai no Sono. Ad essi apre volentieri l'animo suo; con loro discute i progetti che gli frullano in capo incessantemente; comunica successi e difficoltà nella lotta comune; risponde a quesiti e obiezioni, che candidamente gli presentano. Pagine, a volte, bellissi­me, ripiene di princìpi ed insegnamenti dell'ascetica cri­stiana.

Il tema preferito, però, è quasi sempre l'Immacolata, tema affrontato in innumerevoli risvolti e angolazioni, attingendo, non infrequentemente, profondità o altezze da capogiro, pur se, sempre, in un linguaggio piano e con un candore disarmante. Qualche esempio?... Ecco dopo i saluti «cordiali» per alcuni, aggiunge: «Dì inoltre ai cari Fratelli che mando loro di tutto cuore la mia benedizione sacerdotale e l'augurio che non mi imitino nella malattia, purché tale sia la volontà dell'Immaco­lata». «L'Immacolata vi ricompensi, cari figliuoli, il più generosamente possibile per gli auguri e le preghiere fatte per me». Si scusa e spiega perché li chiama «figliuoli»: «... non suonano male le parole: "Figliuolo", "figliuoli", invece di "fratello", "fratelli"? Miei cari, anche San Paolo (...) dice più o meno queste parole: «Anche se voi aveste avuto 10.000 maestri in Cristo, non avreste molti padri, perché sono stato io a generarvi nel Vangelo» (...). Io pure, perciò, applico a me stesso queste parole, rallegrandomi del fatto che l'Immacolata si sia degnata, nonostante le mie miserie, debolezze e indegnità, di infondere in voi attraverso di me la Sua vita, di rendermi vostra madre. È così che la vita divina, la vita della SS. Trinità scorre dal Sacratissimo Cuore di Gesù, attraverso il Cuore Immacolato di Maria, nei poveri cuori, ma sovente anche attraverso altri cuori creati...». E aggiunge teneri e toccanti epiteti: «Miei carissimi, amatissimi figliuoli». Si preoccupa della loro salute fisica, e soprattutto di quella dell'a­nima. Si ricorda di loro nella Santa Messa quotidiana. Incoraggiante, per es., premurosa la lettera ai neovestiti Fratelli, incitandoli alla fiducia e sostenendone il coraggio.

Padre Kolbe ha amato non meno quei religiosi o confratelli che non lo compresero o ne osteggiarono, con mezzi più o meno onesti, i progetti e le idee... Così egli, se si oppone decisamente a che la rivista del Ter­z'Ordine Francescano sia stampata con i soldi del «Cava­liere», difendendone gelosamente l'autonomia sia ideale che economica, parla però con rispetto di quelli che sono di diverso avviso, e motiva la sua posizione con il fatto che le entrate di Niepokalanòw non devono, non possono servire come «rendita» dei Frati. Occasione buona, per P. Kolbe, per bollare a fuoco una tale conce­zione di vita, tutt'altro che consona all'ideale fran­cescano.

Sopporta quasi eroicamente P. Costanzo, che non lo comprende né comprende il suo ideale e tante cose sulla Madonna. Ma spera che, alla fine, egli capirà. Ne ascolta, infatti, pareri e punti di vista, ma non vuole comunicarli al P. Provinciale «perché forse col tempo li abbandonerà». A proposito, anzi, di alcune sue obie­zioni e proposte comunicate al P. Provinciale, Padre Kolbe conclude: «Non voglio dire con questo che P. Costanzo non sia un buon Padre. Anzi, è devoto, zelante e - cosa molto bella - è aperto e sincero, mentre tutto questo allarmarsi proviene dal suo sistema nervoso inde­bolito; d'altra parte, si può notare in lui una certa man­canza di preparazione ad una vita secondo lo spirito di Niepokalanòw». E aggiunge, pure, qual'è, in merito, il suo proposito e programma spirituale: «Per quanto mi sarà possibile cercherò l'amore vicendevole... In certi casi, però, questo è semplicemente impossibile, sino a che P. Costanzo non amerà l'Immacolata e la sua Milizia, il suo Kishi, le sue Niepokalanòw, perché quello che rende con­tenti e lieti tutti noi, lo turba, lo rattrista, lo annoia e lo spinge a reagire. Tuttavia, come ho già accennato sopra, talvolta si nota una ripresa e allora egli riconosce che deve comportarsi in modo diverso, però in seguito ricade nuovamente nello stato d'animo precedente. A me sembra che sia soprattutto questa la causa della sua nevra­stenia. Mi sforzo di sorvolare su quei temi in sua pre­senza». Nel suo impegno di amore, arriva addirittura ad affidargli incarichi di fiducia e a lavorare assieme a lui: «Il giorno 11 c. m. P. Costanzo mi ha chiesto scusa per tutto quel che c'è stato finora e mi ha promesso che per l'avvenire sarà diverso (...). Gli ho affidato subito l'incarico di economo e d'ora in poi lavoreremo insieme in redazione».

In conclusione, P. Kolbe non solo ha amato tutti di amore soprannaturale, ma dirà, rifacendosi alle più pure fonti evangeliche, che non bisogna amare il pros­simo perché è simpatico, utile, ricco, influente o solo perché riconoscente. Sono, questi, motivi troppo meschini, indegni di un milite o di una milite dell'Immacolata. «L'amore autentico si eleva al di sopra della crea­tura e si immerge in Dio: in Lui, per Lui e per mezzo di Lui, ama tutti, buoni e cattivi, amici e nemici». A qualcuno arriva a dire: «I fratelli che crocifiggono sono un tesoro: amali».

2. Padre Kolbe ha amato i «lontani» e quelli che gli si sono dimostrati nemici.

Per «lontani», vogliamo intendere, più che quelli distanti da lui per lo spazio, quelli che da lui erano «distanti» per fede e amore. «Lontani», perciò, sono gli uomini di tutti i popoli e nazioni diverse; e «lontani» sono i «nemici» che combattono la sua nazione, la sua fede e i suoi ideali. Tra i propositi, fatti dal P. Kolbe, negli esercizi spirituali per il Suddiaconato, c'è pure quello di amare i suoi «nemici»: «Ama i tuoi nemici, soprattutto quando più numerosi sono i dispiaceri che essi ti hanno arrecato». «Sopportiamo - diceva pure - le piccole croci, amiamo assai le anime di tutti i nostri prossimi, senza alcuna eccezione, amici e nemici».

Mai ha odiato i Tedeschi che, pure, per tanti versi, lo avevano fatto soffrire. Sollecitato e «ferito» da una accusa dell'Ufficio Distrettuale Tedesco, aveva scritto: «... Vorrei sottolineare che non provo odio per nessuno su questa terra. La sostanza del mio ideale si trova nelle stampe accluse. Ciò che emerge da esse è mio: per questo ideale io desidero sempre lavorare, soffrire e magari offrire in sacrificio anche la vita; mentre ciò che è contra­rio a esso, non è mio».

Ha amato i pagani e tutti coloro che sono nelle tene­bre dell'errore e dell'ignoranza: ne fa fede tutta la vita, spesa per illuminare ed evangelizzare. Per i poveri pagani ha donato il meglio di sé: la sua giovinezza, la sua intelli­genza, la sua salute, il suo tempo, sobbarcandosi a disagi e sacrifici spesso veramente eroici. Perché, animato dello spirito di Cristo, non può non soffrire nel costatare la situazione religiosa del mondo. Ecco, per es., come si esprime, a proposito dell'Oriente: «In Giappone su 65 milioni di pagani ci sono soltanto duecento sacerdoti e qualche altra diecina: si tratta davvero di un numero irri­levante, non vi pare? I cattolici sono poco più di 100 mila, ma che significa questo per masse così grandi di poveri - sì, di veramente poveri - pagani? ...». Quasi gli stessi rilievi a proposito della Corea, finendo con le parole: «Questo gran popolo invoca gli apostoli di Cristo».

Ha amato i peccatori e gli eretici. I peccatori sono quelli che offendono Dio e danno dispiaceri anche ai fra­telli. P. Kolbe esorta, prima di tutto, al perdono vicende­vole e all'esercizio delle virtù, perché proprio le piccole croci, sofferte a causa dei fratelli, ci aiutano a crescere spiritualmente: «Per facilitare a noi l'attività volta al bene delle anime, Dio permette piccole croci di vario genere, dipendenti o indipendenti dalla volontà altrui, provenienti o meno da una volontà retta. (...). Perciò è sufficiente il perdono completo delle colpe altrui, commesse nei nostri confronti, per ottenere il diritto al perdono per le colpe che noi commettiamo nei confronti di Dio. (...) Inoltre, l'amore scambievole non consiste nel fatto che nessuno mai ci procuri dei dispiaceri, ma che ci sforziamo di non recar dispiaceri agli altri e ci abituiamo a perdo­nare subito e completamente tutto ciò che ci reca offesa».

Bisogna poi volere sinceramente la salvezza di tutti: «Impégnati a fondo - scrive ad un altro - per ottenere la salvezza di tutti con ogni mezzo possibile». Chi più di lui - lo abbiamo già notato - ne darà la prova convincente?...

Ha amato i Protestanti, pur denunciando con fer­mezza i limiti e carenze della loro dottrina, o le intempe­ranze delle loro sette. Conosciuto il pastore protestante Kranz, non solo non lo fugge, ma ama discorrere con lui, cerca di illuminarlo in tutti i modi, lo raccomanda alla preghiera, invitando a porlo tra i «raccomandati» all'Immacolata.

In Giappone avrà, tra i suoi primi collaboratori, il prof. Protestante metodista Yamaki e il professor, pari­menti protestante, Tagita Koya, che gli traducono, senza compenso, in giapponese. Yamaki, anzi, è il suo più valido traduttore. Prega e fa pregare per loro.

Egli vuole sinceramente la conversione degli eretici.

Ha amato ebrei, massoni e altri anemici» della Chiesa. Tra i nuovi abbonamenti al «Cavaliere», da lui inviati quando era ancora ricoverato a Zakopane, c'è anche il nominativo del giovane socialista Lopata Ladi­slao. Egli invita il confratello, a cui scrive, ad inviare a tale giovane anche qualche libretto sul socialismo.

Conversa volentieri con gli Ebrei; ammette volentieri che molti di essi cercano la verità, e li invita alla conversazione.

A conclusione del primo anno di pubblicazione del «Cavaliere» polacco, Padre Kolbe, dopo aver calorosa­mente ringraziato tutti coloro che lo hanno aiutato, aggiunge: «Con la medesima carità noi ci rivolgiamo a coloro che sono stati nemici del Rycerz ed anche a coloro che hanno rivolto i loro sforzi in questa direzione allo scopo di non permettergli di uscire. A tutti costoro noi perdoniamo di cuore, augurando loro ... di tornare all'o­vile, se fossero lontani. Sempre ad Ebrei offre la Medaglia miracolosa; battezza uno studente ebreo, in punto di morte; e ai parenti stessi che, per questo, insceneranno, dopo, un pandemonio, offre la Medaglia miracolosa.

P. Kolbe annota pure, con santa soddisfazione, come, avendo offerto la Medaglia miracolosa a dei prigionieri bolscevichi, l'hanno accettata anche due giudei, che erano tra i soldati polacchi. Ad un ebreo che, stando al buio in treno, gli aveva offerto una candelina, permettendogli così di poter recitare il breviario, P. Kolbe promette di celebrare per lui una santa Messa. Ogni qualvolta, in treno, si incontra con Ebrei e protestanti, discute fran­camente e amabilmente con loro, e li pone, poi, tra i «raccomandati» nella preghiera all'Immacolata. Né è da dimenticare come egli divulghi, con grande ammira­zione, le figure di ebrei convertiti, come quella del Rati­sbonne, del Norsa, divenuto francescano conven­tuale. E, particolare degno di rilievo, mai ha voluto accogliere e pubblicare nel «Cavaliere» stampe e scritti contro gli ebrei. Certo, P. Kolbe non ha taciuto le colpe e i limiti di questo grande popolo, come meglio vedremo più avanti, parlando della massoneria. Egli deplora soprattutto che essi non abbiano accettato il Cri­sto e continuano ad accanirsi contro di Lui, così come si accaniscono non meno contro i cristiani: lo testimonia tra l'altro, quanto scritto nel Talmud. Sì, P. Kolbe non nasconde la veritlà, ma non odia, non disprezza gli ebrei. Dopo di aver sottolineato il livore contro Cristo e i cristiani, che permea tutti i dodici volumi del Talmud, Padre Kolbe, semplicemente, si rammarica sinceramente di una situazione morale religiosa non, certo, confortante, annotando: «Nulla di strano, quindi, che né un comune ebreo né un rabbino abbia di solito, un'idea esatta della religione di Cristo: nutrito unicamente di odio verso il proprio Redentore, sepolto nelle faccende di ordine tem­porale, bramoso di oro e di potere, non immagina nep­pure quanta pace e quanta felicità offra fin da questa terra il fedele, ardente e generoso amore verso il Croci­fisso! Come esso supera tutte le "felicità" dei sensi o dell'intelligenza, offerte da questo misero mondo!».

Per i massoni l'amore del Padre Kolbe non è meno intenso: lo vedremo quando si parlerà, appunto, della lotta da lui ingaggiata specialmente contro di loro.

Padre Kolbe amò tutti gli uomini, ma specialmente i più diseredati nel corpo e nell'anima, come è precetto nel Cristianesimo. A poveri e derelitti egli darà, spesso, nel campo di concentramento, la sua già misera razione di cibo. Mentre nella sua Niepokalanòw, divenuta durante la seconda grande guerra mondiale, centro di accoglienza anche di ebrei, si ripetevano eroismi grandi, e si scrivevano pagine di amore per tutti i bisognosi, senza discriminazione di razza o di nazionalità.

3. P. Kolbe, avendo amato solamente, mai è stato un «anti...».

Se P. Kolbe ha amato tutti, compresi i nemici, è evidente che mai ha lottato e odiato i tedeschi, gli ebrei, i massoni, i protestanti, i marxisti, ecc., in quanto tali.

Purtroppo P. Kolbe è stato accusato, soprattutto, di essere stato un antiebreo. Una vera e propria calun­nia, di cui meglio ci eccuperemo più avanti. Egli, certo, non condivideva, lo abbiamo visto, tanti comportamenti e metodi di vita e di azione degli ebrei, ma le divergenze, e quindi i suggerimenti dati, a parte che mai sono faziosi e acri, sono sempre di carattere tecnico. D'altra parte, mai avrebbe potuto nutrire sentimenti d'odio colui che, anche quando consumava il suo tremendo calvario, aveva detto a chi gli parlava di odio e di vendetta: «L'odio divide, separa e distrugge, mentre al contrario l'amore unisce, dà pace ed edifica. Nulla di strano, quindi, che solo l'amore riesca a rendere sempre gli uomini per­fetti». Il Dr. Stemler, che provvidenzialmente lo incontrò nel campo della morte, ha così testimoniato al processo per la di lui canonizzazione: «I miei sentimenti erano di dolore e di disperazione. lo volevo vivere!... Le sue parole invece erano profonde e semplici. Esortava ad avere forte fede nella vittoria del bene. L'odio non è forza creativa. Solo l'amore è forza creativa - sussur­rava stringendo forte la mia mano nella sua infuocata -. Questi dolori non ci piegheranno, ma devono sempre più aiutarci ad essere forti. Sono necessari insieme con gli altri sacrifici perché coloro che rimarranno dopo di noi siano felici...».

Contro insinuazioni e sospetti, frutto di elucubrazioni né serene né obiettive, valgono i fatti, le testimonianze non sospette, le luci sempre intense e immacolate di una intera esistenza. Sì, P. Kolbe, in tutta la sua vita, non ha fatto che amare ed amare nella maniera più eroica. La sua ultima immolazione doveva costituire, semplice­mente, il coronamento adeguato di tutto un cammino e di una crescita prodigiosa. Egli è un miracolo di amore: è questa la sua aureola, è questo il suo monumento perenne!



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