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CAPITOLO 4 - IL DOVERE E L'IDEALE DEL COMBATTERE -

Di fronte all'imperversare dei nemici e alle rovine, da loro accumulate, non è lecito rimanere indifferenti o neutrali, afferma con decisione P. Kolbe: «Di fronte agli attacchi tanto duri di nemici della Chiesa di Dio è lecito rimanere inattivi? Ci è lecito forse lamentarci e versare lacrime soltanto? No affatto. Ricordiamoci che al giudizio di Dio renderemo stretto conto non solamente delle azioni compiute, ma Dio includerà nel bilancio anche tutte le buone azioni che avremmo potuto fare, ma che in realtà avremo trascurato. Su ciascuno di noi pesa il sacrosanto dovere di metterci in trincea e di respingere gli attacchi del nemico con il nostro petto».

Che vuol dire P. Kolbe?... Vuol dire che di fronte all'onore oltraggiato di Dio, alla rovina delle anime per­petrata dai «nemici», che diffondono, a piene mani, il veleno e la morte, la lotta è dovere e necessità. Un dovere che, specialmente per un cristiano, scaturisce sia dalla natura stessa del suo essere, e sia dal precetto dell'amore. Il cristiano, infatti, inserito misteriosamente, ma realmente, nel «Corpo Mistico» di Cristo, non può tolle­rare con indifferenza e noncuranza, che Esso venga attac­cato e ferito e ucciso nelle sue membra. Chi mai reste­rebbe indifferente se venisse insidiata o attaccata la propria vita o la propria sanità? Senza dire nulla dell'o­nore di Dio, che ogni buon figlio non può assolutamente permettere che venga impunemente manomesso. Per que­sto, il cristiano, reso «adulto» e «soldato« dal sacramento della Cresima, ha ricevuto delle forze particolari ed armi convenienti e atte alla lotta e alla difesa della fede e della vita soprannaturali.

Quando e come si assolverebbe la professione di sol­dati, se non si imbracciassero le armi neanche quando è in pericolo o insidiata la stessa fede e verità fondamen­tale di vita eterna?

La difesa di Dio e della verità e della fede si impone anche per il precetto dell'amore. È questo il più grande precetto: «Amerai il Signore Dio tuo... Amerai il pros­simo tuo come te stesso». Come si può dire di amare Dio con tutte le forze se, rinnegato o insultato e bestem­miato, non si muove un dito per difenderne l'onore ed esigere che tutti Gli prestino il debito onore e rispetto?... Che se c'è obbligo di correre in aiuto del fratello che è nel pericolo o versa nel bisogno per il corpo, come non ci sarebbe obbligo di prestarsi soprattutto quando è in pericolo la sua anima e la sua eterna salvezza? Giu­stamente P. Kolbe scriveva: «Noi amiamo i nostri prossimi, i nostri vicini, ma abbiamo noi nel cuore un posto per le povere anime irretite nei lacci dell'eresia, della miscredenza e dello scisma? Apriamolo ad esse e diamoci da fare per introdurre l'Immacolata in questi poveri cuori, affinché Ella vi porti la vera felicità, Dio». E incal­zando dice ancora: «E come non porgere la mano a costoro? Come non aiutarli a rappacificare il loro cuore, a sollevare la loro mente al di sopra di tutto ciò che passa, verso l'unico scopo ultimo, Dio? L'amore al pros­simo spinge quelle anime che hanno già trovato il vero ideale di vita a non dimenticare i fratelli che li cir­condano». 

È precisamente in vista di questa lotta incessante con le potenze delle tenebre e i loro alleati, che l'Apostolo insiste, così spesso, a prendere le armi adatte e a rivestirsi dell'armatura della fede.

Lotta di cui parla, non meno, il Vangelo, in termini anche paradossali. Così, per es., esso incita a reagire dra­sticamente al «nemico» o al male che insidia la propria anima. Si fa obbligo, infatti, di testimoniare la verità, anche a rischio della vita; di cavarsi l'occhio e di troncare la mano o il piede che scandalizzano o sono mezzi di peccato. Scandalo che, c'è da supporlo, va combattuto ed estirpato sia se è a danno proprio che a danno fisico o morale dei fratelli. E, così, è condannata l'indifferenza, il ripiegarsi su se stesso. E, così, ancora, l'obbligo di confessare Cristo davanti agli uomini non può, certo, limitarsi ai possibili casi di martirio, ma deve intendersi anche come «confessione» o testimonianza franca della verità e della fede, qual'è continuamente richiesta dagli incessanti attacchi e negazioni che, da ogni parte, se ne fanno: confessione e testimonianza che sono, anch'esse, forme di lotta e di combattimento. Gesù ripete pure: «Chi non è con me, è contro di me»: parole che affer­mano chiaramente un dovere preciso. Un dovere che incombe su tutti, anche se in maniera diversificata: sui superiori e sui sudditi, sui sacerdoti e sui laici; sui geni­tori e sui figli, sugli insegnanti e sugli alunni.

Come comprendere, allora; come attuare un dovere del genere?

1. Cosa comporta il dovere di opporsi al male e ai nemici.

L'opporsi al male e ai «nemici» comporta una serie di atti e di comportamenti, che vanno dalla negazione e rifiuto di certe realtà, all'affermazione vigorosa e molte­plice di altri atteggiamenti e realtà di vita. In pratica, l'opporsi al male è:

a) Far conoscere la verità in tutta la sua estensione e nobiltà. 

La verità è luce che ristora e consola, ed è anche luce che fuga la tenebra e la tristezza. Ciò significa che presentare la verità è già combattere le tenebre dell'orrore e del peccato. Le anime vengono travolte soprattutto per­ché non sanno, e perché «sanno male». Ignorare Dio, l'Immacolata e altre essenziali verità religiose non è, pur­troppo, senza gravi conseguenze per l'anima. Equivale, tra l'altro, a mancare di quella luce che dà sicurezza al cammino della vita; a brancolare così nella tenebra del­l'incertezza, dell'equivoco o dell'errore; è mancare di quei valori che danno senso all'esistere e risposta ai suoi più assillanti interrogativi; quei valori che, posseduti o, almeno, sinceramente ricercati, riempiono l'animo di gioia e di felicità. Giustamente P. Kolbe si rammarica per l’ignoranza nella quale versano tante anime: «Quante per­sone sulla terra - dice lui - non conoscono ancora il Signore Dio, non conoscono l'Immacolata e, di conse­guenza, talvolta si chiedono perfino il perché della loro esistenza. Essi non posseggono la felicità, soprattutto nelle difficoltà della vita e nelle sofferenze. Non sanno che il fine dell'uomo è Dio e che ogni realtà di questo mondo è solo un mezzo per raggiungere Dio nell'eternità, in paradiso. Non sanno che la Mediatrice di tutte le grazie, la Madre spirituale di tutti gli uomini è Maria Immaco­lata: che ricorrendo a Lei, amando Lei, si avvicinano a Dio nel modo più facile e più rapido».

E se tanti incappano nei tranelli dei nemici non è, anche, perché questi sono opportunamente camuffati e resi affascinanti?... Adoperarsi, dunque, a far conoscere la verità è già combattere una vera e propria battaglia, tanto più che, spesso, tale compito è gravoso e pieno di rischi e di scarsa consolazione e utilità immediate. Tra l'altro, per far conoscere bisogna che prima si conosca e si superi, perciò, e si vinca la propria indolenza o resi­stenza interiore, e si dissolvano le sempre possibili obiezioni.

b) Opporsi al male e ai nemici importa smascherarli e condannarli con coraggio, senza infingimenti e mezzi termini o compromessi, superando o eliminando motiva­zioni fallaci e giustificazioni fasulle, inventate dall'inte­resse e dall'amor proprio. Certo, se l'errore e il peccato o il male, in genere, si presentassero sempre nella loro genuina realtà, senza maschere e travestimenti, forse non sarebbe necessaria la lotta o l'opposizione.

La realtà, in sé stessa spaventosa e orrida, persuade­rebbe da sola a non accostarsi, a non farla desiderare. E, invece, l'errore, come il peccato, si presenta quasi sem­pre sotto mentite spoglie, in veste soprattutto di «imme­diata verità» e di «immediato piacere», nascondendo il marciume e il veleno che porta in seno. È per questo che l'errore, come il peccato, ha quasi sempre qualcosa di fascinoso e di allettante. Più semplice apparentemente, meno complesso e più immediato della verità colpisce subito e attira. Lo zucchero, così dolce al palato, non può non piacere al bambino. Potrà mai questi pensare che quel «dolce» potrebbe essergli fatale, intaccando la sanità dell'intero suo organismo? Ingannato perciò dal­l'apparenza e incapace quasi di ragionare, si butta allo zucchero, rifiutando decisamente l'amaro!

Situazione ancora più grave per il peccato. Infatti, esso si presenta sempre come un «bene sensibile», relativo e parziale, ma sempre bene! E di fronte a ciò che piace, che solletica e sazia i propri desideri, dando l'illusione della felicità, chi si arresta a riflettere?... E, in fondo, è questo il dramma di innumerevoli anime. Il peccato ha il fascino del frutto proibito, la dolcezza del frutto a portata di mano: tutto il resto è...lontano e, per questo, quasi irreale e illusorio. Si lotta il male, il peccato per spogliarlo delle sue vesti non di oro, come sembra, ma di stagnola; per farlo apparire in tutta la cruda realtà: un assassino impietoso che uccide e deruba di tutto, con mani di velluto. Un'impresa dura, spesso quasi impossi­bile. Lotta tanto più dura in quanto il peccato ha nel­l'uomo stesso che si accinge a lottarlo, connivenze miste­riose, compiacenze aperte o striscianti. Per cui, condannarlo senza compromessi, senza cedimenti di sorta, diviene, spesso, un'impresa addirittura eroica. La lotta, comunque, nella sua realtà obiettiva - come dice P. Kolbe e, con lui, tutti i santi e apostoli - è per strappare le anime da spaventose e degradanti catene: non esiste schiavitù più orrenda di quella del peccato. Si lotta per liberare le anime «dalla schiavitù del demonio, del mondo e della carne e, rese felici, offrirle in proprietà all'Imma­colata». Se, infatti, è relativamente facile smascherare il male, è molto più difficile liberare dai lacci che esso finisce per creare. La caduta nel peccato, in effetti, diviene facilmente abito, e cioè disposizione e inclinazione, e, quindi, facilità a peccare, determinando, così,debolezza sempre più grave nella volontà, e perciò sempre più diffi­cile a guarirsi. Il peccatore, perciò, oltre che «morto» alla grazia, è anche schiavo e malato nelle sue facoltà e capa­cità per il bene.

Chi si rende conto di tutto questo ed ha il senso di Dio e del soprannaturale non può non sentirsi spinto alla lotta. «Guardando attorno, dice P. Kolbe, e vedendo dappertutto tanto male, noi vorremmo sinceramente (...) porre un rimedio a questo male (...) e così rendere eterna­mente felici fin da questa vita i nostri fratelli che vivono in questo mondo. Guerra al male, dunque, una guerra implacabile, incessante, vittoriosa», per «strappare il maggior numero di anime immortali dai legami del peccato, a premunirle contro il male morale, a confermarle nel bene».

c) Opporsi al male e ai nemici importa anche vigilare e provvedere affinché le posizioni conquistate non si per­dano di nuovo. Fino a che si è su questa terra, e perciò nella possibilità di cadere, bisogna vigilare a che non ven­gano contaminati gli ambienti; a che teorie e opinioni avvelenate non arrivino ad esercitare il loro fascino per­verso. Vigilare illuminando sempre più, correggendo, ammaestrando, ecc..

Vigilare, cioè, significa prevenire, preservare, raffor­zare i deboli e gli incerti, ecc. Un'opera, anche questa, non meno complessa e ardua, a cui Cristo ha chiamato ogni anima, ma soprattutto e particolarmente gli opera­tori di apostolato. La mancata vigilanza permette e facilita l'irruzione di lupi rapaci nel gregge; il dormire dei «servi» dà agio all'«inimicus homo» di seminare nel campo accanto al grano buono, la zizzania di ogni errore e fal­sità; l'indolenza dei buoni dà vigore e coraggio ai perversi e fa trionfare il male.

Tutto ciò fa capire pure che questa lotta al male non può essere messa in dubbio per le obiezioni, che possono affacciarsi proprio a nome della verità e della carità.

E, infatti, in nome della verità si afferma, sovente, l'inutilità di detta lotta, non avendo bisogno, la verità, di essere difesa o protetta, avendo in sé vigore sufficiente a sgominare ogni opposizione.

Ma, si risponde, la lotta si impone non tanto per la verità in sé stessa che, in quanto tale si identifica addi­rittura con Dio stesso e di Dio ha la forza e l'eternità. Si lotta, invece, perché essa sia recepita nei cuori o affin­ché vi sia recepita nella sua integrità e luminosità e purezza assoluta.

In nome della carità, i cui diritti ed esigenze verreb­bero necessariamente e inevitabilmente sacrificati nella lotta. Certo, chi combatte per la verità con mezzi e modi non consoni o inadeguati alla carità, rischia veramente di sacrificare quest'ultima. Si può e si deve ammettere, anche, che oggi, come nei secoli scorsi, si lotta il peccato e l'errore, infliggendo innumerevoli ferite alla carità. E, tuttavia, detto questo, non si può rinunziare a prendere posizione netta a favore della verità. «La verità - ha detto Papa Giovanni Paolo II - è misura della moralità: scelte e motivazioni non possono dirsi eticamente buone e, quindi, meritevoli di approvazione se non sono con­formi al bene oggettivo. La comprensione e il rispetto per l'errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l'errore di cui è vittima.

Il rispetto, infatti, per le convinzioni altrui non implica la rinuncia alle convinzioni proprie» Le obie­zioni, perciò, che si fanno alla lotta all'errore e al peccato non possono essere che sofismi. Come quella, per es., che si appella alla parabola del grano e del loglio nella quale - si afferma - Gesù Cristo avrebbe predicato la pacifica coesistenza del bene e del male; o quella che si rifà alle parole evangeliche che vietano di giudicare e condannare chicchessia. Si tratta di sofismi, abbiamo detto. La lotta per la verità resta un dovere grave, preciso. A Timoteo l'apostolo Paolo raccomanderà: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina...». S. Gregorio Magno, a sua volta, così si esprime in proposito: «Dovere della lotta che, va precisato, non è mai giudizio o condanna di qual­cuno, quanto all'intimo della sua coscienza o delle sue recondite intenzioni e responsabilità morali; ma solo per quello che appare e che, pure, è fondamento di rapporti umani e sociali, individuali e sociali». La lotta, cioè, va fatta all'errore, al male, al peccato, mai alla persona in quanto tale: «Si deve (...) stigmatizzare, - scrive concisa­mente P. Kolbe - ma soltanto il "male"».

Proprio questa lotta, rifiutata oggi da tanti, in nome della carità, è senza dubbio, la più grande carità che si possa fare alle anime e ai fratelli e a quegli stessi che, con le loro dottrine errone o scandali, provocano l'insor­gere della lotta e dell'opposizione. «Non si dimentichi che, per la Chiesa, la fede - l'osservazione del Ratzinger vale bene per tutti i valori soprattutto più essenziali! - è un «bene comune», una ricchezza di tutti, a cominciare dai più poveri, i più indifesi davanti ai travisamenti: dun­que, difendere l'ortodossia è, per la Chiesa, opera sociale a favore di tutti i credenti». Lo stesso S. Francesco di Sales, il santo della dolcezza, ha scritto in qualcuna delle sue opere: «I nemici giurati di Dio ...e della Chiesa si debbono screditare a tutto potere; tali sono le sette degli eretici, degli scismatici e dei loro capi: è carità gri­dare al lupo, quando è in mezzo alle pecore, o dovunque si trovi».

Maritain, a sua volta, scrive: «Un'altra legge ci ricorda che ogni debolezza di fronte all'errore si paga a prezzo di sangue, e che non si conducono le anime alla luce, mediante la compiacenza con la notte». Altra cosa, invece, è come bisogna lottare, affinché tutto sia a gloria di Dio e a profitto delle anime.

2. Ideale e missione del lottatore.

Lo stretto dovere per tutti diviene, per alcuni, ideale e missione di vita.

Quale la differenza, prima di tutto, tra dovere e ideale o missione?...

Il dovere dice, o sembra dire, sempre qualcosa di imposto, sia pure dalla realtà stessa delle cose. E dice il minimo indispensabile del da farsi, senza del quale la realtà stessa è messa in pericolo, nella sua consistenza e nel suo ordine e bellezza e sanità. Il dovere, perciò, è sempre qualcosa di penoso, oltre che di finito e limi­tato. Esso, cioè, anche nella molteplicità delle sue forme ed espressioni, ammette limiti e graduazioni. E, perciò, in quanto tale, non avrà mai gli slanci e i fulgori dell'i­deale che trascina. Così, per es., il dovere di lottare, per un Pastore della Chiesa, è certo immensamente più grande di quello del semplice fedele. Eppure, se è tanto grande in se stesso, per qualsiasi pastore anche se solo mediocre, quanto esso è lontano dal dovere reso ideale, per es., dal Curato d'Ars! Riferendosi alla legge, il dovere dice necessariamente misura; l'ideale, invece, si rifà all'a­more, il quale, avendo come misura quella di non averne alcuna, facilmente sconfina nell'eroismo.

L'ideale si differenzia, poi, dal dovere perché è qual­cosa di profondamente amato, voluto perciò e perseguito con propria scelta, anche se non sempre dall'inizio. Impli­cando sempre un rapporto di amore, l'ideale è sempre al di sopra o al di fuori della legge, pur senza mai essere in contrasto con essa. Esso, perciò, è perseguito con tanto più ardore e generosità, quanto più grande è l'amore che lo ispira e lo alimenta.

Affinché un dovere di trasformi in ideale di vita, e tutta la vita divenga come una missione, ci vogliono spesso, un carisma dal cielo e, in ogni caso, convinzioni e motivazioni immensamente più incarnate e vissute: idee cioè tali da poter trascinare, come idee forze. La fatica, allora, gli slanci, le sofferenze, che tale ideale o missione comporta, sono ritenuti quasi nulla. «In ciò che si ama o non si fatica o si ama la fatica stessa». Un ideale tanto più amato e perseguito con ardore in quanto si accompagna, pure, con la certezza e la speranza del pre­mio e della felicità eterna. È, infatti, proprio questo ideale, essendo o comportando totale immolazione di sé, realizza le parole del Vangelo: «Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». P. Kolbe non una volta sola si sofferma su questa realtà: «Immaginate quanto saremo felici sul letto di morte, allorché potremo affermare con tutta sincerità: O Imma­colata, per tua misericordia ho consacrato a Te la mia vita, per Te ho lavorato, per Te ho sofferto, ed ora muoio per Te. Io sono tuo!... Quale pace, quale gioia serena ci riempirà il cuore nella speranza di vederLa pre­sto». «Quale sentimento di riconoscenza colmerà il cuore di ognuno di noi, allorché, dopo la morte, vedremo Lei, l'Immacolata che, senza alcun merito da parte nostra, si è degnata di chiamarci a lavorare per Lei in un modo così sublime».

Felicità che, d'altronde, inizia già in questa vita ed unisce tutti i «combattenti» in un vincolo santo: «... Anche se ci separassero paesi, mari, oceani, tuttavia i nostri cuori e le nostre anime saranno ugualmente congiunte dal comune fine di ogni uomo, dall'ideale e dallo scopo della Milizia dell'Immacolata».

Che se si vuol dire una parola sulla validità e la preziosità di un ideale del genere, c'è subito da dire che non esiste ideale più alto, più nobile, più santo di questo. Si lotta, infatti, per l'onore e la gloria di Dio, dell'Imma­colata, della Chiesa di Cristo, per la verità e la salvezza delle anime: nobilissimi e supremi valori. Infatti, Dio, al Quale tutti gli altri valori si rifanno, è la fonte e l'origine di ogni essere, la risposta unica ed adeguata ad ogni uomo che è alla ricerca dell'infinito. Lottare, allora, affinché tali valori si affermino, siano accettati e ricono­sciuti, è affermare e battersi per una «servitù», che è il sommo della libertà e della perfezione. Ogni amore è una sudditanza più o meno nobile, più o meno entusia­smante, a seconda della realtà amata. E questa che è la misura dell'uomo: chi ama il fango, diviene disprezzabile e abbietto come il fango stesso; chi va alla ricerca dell'oro purissimo della verità, si riveste dei suoi splendori, si sazia dei suoi amplessi.

Lottare perché tali valori siano partecipati alle anime è volere, quindi, il loro bene, la loro felicità, la loro perfezione. Che se è gioia ineffabile sovvenire anche un'anima sola, perché ogni anima è un mondo più grande dell'universo intero, un mondo che pensa e che ama, quanto più grande e ineffabile è la gioia e la felicità di chi è impegnato a conquistare il mondo intero alla verità, e redimerlo dalla umiliante schiavitù del peccato?... Pos­siamo capire, allora, perché P. Kolbe, sulla scia di Cristo e dei santi, ritenga altissimo ideale salvare anche un'anima sola: «Sarebbe necessario (...) armonizzare - dice lui - e perfezionare la loro (= dei frati di Niepokalanòw) atti­vità, in modo tale da giungere realmente con uno sforzo organizzato ed al più presto possibile, ad ogni anima, fosse anche sperduta chissà dove su qualche isola inacces­sibile, su monti o in foreste impenetrabili e accompa­gnarla sulla via dell'Immacolata». Ricordando le parole di un giapponese: «Se voi non foste venuti qui, io sarei ancora pagano», P. Kolbe commenta: «In quelle parole c'era tanta sincerità e riconoscenza, anche se nessun altro si fosse convertito all'infuori di questo solo, sarebbe valsa ugualmente la pena di intraprendere gli sforzi com­piuti sinora e sacrificarsi ancora molto, molto di più, poi­ché si tratta pur sempre di un'anima».

Una «missione di altissimo valore», dunque, per la quale vale la pena soffrire tutto e donare tutto, e cioè il proprio tempo, le proprie energie, la vita stessa, pro­vando così, allo stesso tempo, il proprio amore per l'Im­macolata e i fratelli: «Il nostro compito qui - scrive vivacemente P. Kolbe dal Giappone - è molto semplice: sgobbare tutto il giorno, ammazzarsi di lavoro, essere ritenuto poco meno che un pazzo da parte dei nostri e, distrutto, morire per l'Immacolata. E dato che noi non viviamo due volte su questa terra, ma una volta soltanto, di conseguenza è necessario approfondire al massimo con grande parsimonia ognuna delle espressioni suddette, per dimostrare quanto più è possibile il proprio amore per l'Immacolata. Non è forse bello questo ideale di vita? La guerra per conquistare il mondo intero, i cuori di tutti gli uomini e di ognuno singolarmente, cominciando da noi stessi». E aggiunge con l'ardore dei più grandi apostoli: «Per Lei (= l'Immacolata) siamo disposti a tutto, ad ogni fatica, sofferenza, umiliazione, anzi alla morte per fame o per qualunque altra causa». Operare, donarsi, soffrire e fare presto, perché la vita ci sfugge di mano! Quasi una lotta con il tempo, per non perderne neanche una briciola: «Quant'è breve la vita, non è vero? Come fugge in fretta il tempo!... Vendiamolo, o meglio doniamolo, offriamolo a caro prezzo, al prezzo più ele­vato possibile. Quanto maggiori sono le sofferenze, tanto meglio è, poiché dopo la morte, non si può più soffrire. È breve il tempo in cui si può dimostrare l'amore. Inol­tre, noi viviamo una sola volta».

Sublime ideale quello di lottare per la conquista del mondo all'Immacolata, a Dio e, quindi, per la vita e la felicità delle anime, perché, ancora, esso fa di noi, dice P. Kolbe, veri e propri mediatori di grazia e di felicità: «Gesù Cristo è l'unico Mediatore dell'umanità; l'Immaco­lata è l'unica Mediatrice fra Gesù e l'umanità e noi saremo i felici mediatori fra l'Immacolata e le anime sparse in tutto il mondo. Che bel compito, non è vero?»; e soggiunge: «Tutti noi e ognuno singolar­mente possiamo sentirci molto felici per il fatto che abbiamo la possibilità di diventare degni di cooperare quanto più è possibile alla causa dell'Immacolata».

Inteso così il dovere di lottare, inteso cioè come altis­simo ideale di amore e di gloria, è naturale che P. Kolbe voglia spendere tutto per esso: «Per questo ideale io desidero sempre lavorare, soffrire, e magari offrire in sacrifi­cio anche la vita»; un ideale, apparso luminosissimo già all'inizio del suo sacerdozio e così presentato a suo fratello Fr. Alfonso: «La salvezza dunque e la santifica­zione più perfetta del maggior numero di anime che Gesù ha redento a caro prezzo con la sua morte in croce (...) deve essere il nostro sublime ideale di vita: tutto questo per procurare le più grandi gioie al sacratissimo Cuore di Gesù». Come è naturale pure che egli voglia par­tecipare tale missione a quanti più può. Al P. Floriano augura di «sgobbare e consumarsi per l'Immacolata e, attraverso Lei, per il SS. Cuore di Gesù». A Fr. Mariano scrive: «Scrivimi (...) se vuoi realmente consa­crarLe (= all'Immacolata) tutta la tua vita, consumare completamente te stesso e magari essere disposto ad abbreviare la tua stessa esistenza a causa della fame e dei disagi ed esporti ad una morte prematura per l'Imma­colata». Ad un novello sacerdote pure augura di «consumarsi per l'Immacolata, di impazzire d'amore per Lei».

3. Il massimo impegno per sì sublime mis­sione.

Trattandosi della più grande missione e del più sublime ideale di vita, è necessario impegnarsi per essi col massimo impegno.

Massimo impegno nell'investire, per lo scopo, tutti i talenti del proprio essere; nell'usare tutti i ritagli di tempo, come l'avaro che si attacca anche allo spicciolo: «Non perdiamo neppure un minuto - dirà appunto P. Kolbe - quando si tratta dell'Immacolata». Anche se, per questo, bisognerà, qualche volta, rinunciare o ridurre al minimo le stesse più legittime esigenze del cuore. Egli, per es., per non rimandare la partenza per il Giappone, che avrebbe nociuto non poco al suo lavoro, rinunzia a salutare sua mamma. Infatti, le scriverà dopo: «Non son potuto venire a trovarti prima di ripartire, per­ché con ogni probabilità avrei dovuto differire la par­tenza, mentre le missioni sono più urgenti».

Massimo impegno, ancora, nel cercare di coinvol­gere, nella lotta per l'ideale, quante più persone possibili. Anche per questo egli spinge, per es., suo fratello P. Alfonso a informare vescovi, metropoliti, ordinari, suffra­ganei, organi diocesani, parroci... dei progressi raggiunti nella diffusione della stampa.

Massimo impegno di crescita, di superamento, in tutti i settori: «Quanto mi piace - scrive P. Kolbe ad un Circolo M.I. di Cracovia - leggere: `Ci sforziamo'... Ford licenziava dal lavoro coloro che ritenevano di essere ormai dei maestri e cessavano di sforzarsi di ricercare un modo sempre più razionale di lavorare».

Impegno di crescere nell'amore, che è il principio propulsore e alimentatore dell'ideale. La M.I. sarà appunto l'espressione più compiuta di lotta e di cavalleria, scaturita appunto dall'amore: «L'unico motivo dell'esistenza e dell'attività della M.I. è solamente l'amore, un amore senza limiti verso il Sacratissimo Cuore di Gesù». Come è l'amore, ancora, che deve trasformare radicalmente l'anima propria e quella altrui. Sarà l'amore «che ci deve trasformare, attraverso l'Immacolata, in Dio, che deve bruciare noi e, per mezzo nostro, incendiare il mondo e distruggere, consumare in esso ogni forma di male». E sarà pure l'amore la misura della dona­zione all'ideale: «Quanto più profondo sarà tale amore, tanto più efficace sarà l'attività missionaria», perché «Nella misura in cui noi arderemo sempre più dell'amore divino, potremo infiammare di un amore simile anche gli altri. Per cui, conclude coerentemente P. Kolbe: «Come potremo essere apostoli, se proprio nelle nostre anime l'amore, invece di ardere sempre più si andasse via via spegnendo?».

Vivere, perciò, e lottare per il proprio ideale diviene e deve divenire, praticamente, una grande gara di amore, cercando di superare sempre ogni meta già raggiunta. Una gara nella quale ogni vincitore è vinto: «Ma tutti gli altri e ognuno singolarmente mi superino pure un migliaio di volte! E io loro un milione di volte. Ed essi me miliardi di volte, ecc. ecc. in una nobile competizione; non si tratta in realtà, del fatto che io o lui o un altro ancora possa aver fatto di più per la causa dell'Immaco­lata, ma che sia stato realizzato il massimo possibile, che al più presto possibile, Ella prenda possesso in modo perfetto di ogni anima, viva in essa, operi, ami il Cuore divino, l'Amore divino, Dio stesso. In una parola, si tratta di potenziare in modo illimitato e sempre più intenso l'amore delle creature verso il Creatore».

Ma l'amore, di cui parla P. Kolbe, - la messa a punto era necessaria, oltre che per evitare fraintesi sempre possibili, anche e soprattutto per non scoraggiare anime in prova -, non è certamente quello sensibile: «Non perdiamo la pace - scrive - se il sentimento si raf­fredda. Qui si tratta di volontà e soltanto di volontà. Anzi, quanto più la natura si ribellerà, tanto maggiori saranno i meriti che ne raccoglieremo».

Per concludere, questa battaglia ideale di P. Kolbe che, in fondo, è solo «carità armata», si rivela con­forme pienamente alla linea tracciata dallo stesso Papa Leone XIII, quando attaccò la massoneria: «Di fronte a un rischio tanto incombente (= quello della rovina della Chiesa e della spogliazione dei benefici recati da Gesù Cristo), di fronte a un attacco così spietato e tenace con­tro il cristianesimo, è Nostro dovere denunciare il peri­colo, indicare gli avversari, resistere per quanto possiamo alle loro trame e tattiche, affinché non periscano eterna­mente coloro la cui salvezza ci è stata affidata, e non solo permanga saldo e integro il regno di Gesù Cristo, che abbiamo ricevuto da custodire, ma attraverso nuovi e continui incrementi si dilati in ogni parte della terra».

Una battaglia o lotta al male e ai nemici della Chiesa non è né nuova né unica nella tradizione cattolica. La storia della Chiesa registra soprattutto prestigiosi nomi di santi, di dottori e di martiri che hanno dato tutto per la difesa e il trionfo della verità, e tutto hanno osato per sconfiggere la terrificante potenza del male. Quasi parallelamente al P. Kolbe, in Italia, per es., nel 1921 Domenico Giuliotti incitava alla lotta, perché gli uomini si ritrovassero, attraverso l'adesione al Papa, nell'unica verità di Cristo. E aggiungeva, quasi con la stessa sensibi­lità di P. Kolbe: «Mezzo unico per risollevare dal leta­maio democratico gli uomini-bestie fino all'accettazione di questa necessità: Apostolato continuo, da per tutto, anche col rischio della propria vita, di tutti coloro che credono fermissimamente nei dodici articoli del "Credo". Istrumenti: penna e parola. Qualità indispensabili dei nuovi apostoli, per essere seguiti dalla moltitudine: povertà, fermezza, semplicità, sacrificio».

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