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La Vera Chiesa di Cristo (17/20)

LA TRADIZIONE E LA VERA CHIESA NELLA BIBBIA

Vediamo ora quali tracce troviamo nella Bibbia in merito alla Tradizione cristiana, e se questa veniva realmente condannata da Gesù e dagli apostoli. Custodisci il deposito che abita in noi, (1° Timoteo 6,20) qui Paolo non si riferisce alla Bibbia, ma proprio alla tradizione, altrimenti avrebbe detto "custodisci le Sacre Scritture", ancora una volta Paolo si preoccupa di conservare la tradizione. Se un cristiano deve provare ad un ateo che la Bibbia è autentica come fa? Gli deve portare delle prove storiche inconfutabili, che attestino la veridicità della Bibbia, e che provino andando indietro nei secoli, che fu scritta da veri profeti e veri Apostoli di Cristo, si può provare che fu realmente Paolo a scrivere le sue lettere, cosi anche Pietro, Matteo, Luca ecc., non basta dire ad un ateo: "devi credere e basta", perché quello ti ride in faccia. Siccome le prove esistono davvero, non c‘è alcun problema a dimostrarglielo! Basta soltanto un po‘ di pazienza per andare a leggere le prove esistenti. Gesù ha detto di evangelizzare, di essere luce per il mondo, se per salvare un‘anima c‘è bisogno di provare l‘autenticità della Bibbia un cristiano lo deve fare, un soldato di Cristo deve combattere con amore per Lui e per il prossimo, non tirandosi indietro di fronte a qualsiasi evento o incontro. Naturalmente andare a verificare di persona richiede molto tempo e dedizione, e questo scoraggia molti, ecco perché è più comodo credere a quello che racconta il pastore. E la tradizione? Le prime comunità cristiane sono fonte importantissima per vedere come si comportavano i primi cristiani, per vedere se quello che leggiamo nella Bibbia era messo realmente in pratica. La fede dei primi cristiani esisteva veramente? E da dove si capisce? Chi lo prova? Le prove sono gli scritti dei padri della Chiesa, nei quali si possono apprendere episodi realmente accaduti, le usanze delle prime comunità cristiane, si può vedere come si comportavano coloro che dovevano tramandare la tradizione! O forse è meglio ignorare tutto ciò, e far finta che la Chiesa sia nata nel 1500 o nel 1900 e quindi reinventare la tradizione, reinventare il significato e il valore dell‘Eucaristia tutto il resto, all‘insegna del "io capisco la Bibbia meglio di chiunque altro, perché guidato dall‘alto" seguendo ad occhi chiusi ogni nuova moda o nuova dottrina? E se nel 2100 qualcuno ne inventa un'altra ? I seguaci che avrà costui nel 2100 potranno dire la stessa cosa, e cioè che a loro non importa quello che si faceva nel 1900 ma importa solo ciò che il loro pastore gli insegna, poi se reinventano ancora una volta il significato dell‘Eucaristia non ha importanza, l‘importante è Gesù! E‘ questo il ragionamento giusto che ogni nuovo cristiano deve fare?

Oppure farebbe meglio a cercare le prove storiche, per vedere se qualcuno in un epoca più o meno recente ha inventato qualcosa? Cito alcuni paragrafi tratti dagli opuscoli di Don Tornese.

"Anzitutto non è esatto dire che i cattolici, nella loro scelta di fede e nella coerenza morale della vita, obbediscono a un'autorità diversa dalla Parola di Dio. E' errato dire che i cattolici basano la loro fede sull'autorità arrogante di uomini come papi, vescovi, concili. Senza paura di essere frainteso, almeno da quanti sanno e ragionano, dico che per il cattolico l'atto di fede è fondamentalmente una scelta libera e responsabile del soggetto credente. Sono io a voler accettare la fede e la morale insegnate nella Chiesa Cattolica." Nessuno me lo impone. Non è mai venuto nessuno a casa mia per impormi la fede cattolica, sono stato sempre libero di scegliere, mi rammarico solo del fatto che prima ignoravo la verità e non conoscevo a fondo la Bibbia, e mi lasciavo ingannare da persone che spiegavano la Bibbia a modo loro; solo adesso sto cominciando ad approfondire la conoscenza della Parola di Dio.

Vediamo ancora altre tracce scritturali circa la vera Chiesa e la conseguente tradizione: "L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande ed alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele (...). Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello" (Apocalisse 21, 10-14, CEI).

La città santa, Gerusalemme, che l'angelo mostra a Giovanni, è certamente la Chiesa universale, "tutto l'Israele di Dio" (Galati 6, 16). Di essa fa parte il popolo dell'Antico Testamento, come fa chiaramente capire la menzione dei nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. Ma fa parte soprattutto il popolo della Nuova Alleanza, rappresentato dai nomi dei dodici apostoli dell'Agnello.

Qui interessa mettere in rilievo come le mura della città santa Gerusalemme, che è la Chiesa, poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello. Giovanni dunque, presentando la struttura della Chiesa universale, assegna ai dodici apostoli la funzione di fondamento (cfr. anche Efesini 2, 20).

Se si tiene presente che le fondamenta sono insostituibili nella struttura d'un edificio, ne segue che la funzione dei dodici apostoli è essenziale e di primaria importanza per la solidità e stabilità della vera Chiesa di Cristo. San Giovanni non poteva essere più chiaro: la vera Chiesa di Cristo deve essere apostolica, altrimenti non è la vera Chiesa di Cristo.

Si ha qui una illustrazione plastica del pensiero di san Paolo che, riferendosi a tutti i credenti in Cristo, dice: "Siete concittadini dei santi e membri della casa di Dio, sopraedificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti con lo stesso Cristo Gesù quale pietra angolare" (Efesini 2, 19-20). La vera Chiesa di Cristo, nella sua universalità, non poggia su uno scritto, ma su uomini, testimoni e messaggeri di quello scritto. Ricordiamo pure che Giovanni nell'Apocalisse presenta la Chiesa di tutti i tempi, la Chiesa di ieri, di oggi, di sempre, come procede nel tempo tra lotte e trionfi, eroismi e tradimenti, coraggio e viltà. Questa Chiesa poggia sulle solide fondamenta dei dodici Apostoli.

Nei vangeli non si legge che il Signore Gesù abbia avuto mai la preoccupazione di scrivere o di far scrivere i suoi insegnamenti, il Vangelo del Regno. Egli volle essere un Maestro (Rabbì), non uno scriba: "E si stupivano del suo insegnamento, perché li ammaestrava come uno che ha autorità e non come gli scribi" (Marco 1, 22). Né volle circondarsi di scribi.

E arrivò un giorno in cui il Maestro, dopo aver pregato a lungo (cfr. Luca 6, 12), fece una scelta tra quanti lo seguivano come discepoli. Racconta san Marco:

"Poi salì sulla montagna e chiamò quelli che volle, ed essi andarono da lui. E ne costituì dodici perché stessero con lui, e per mandarli a predicare col potere di scacciare i demoni. Costituì, dunque, i Dodici: Simone, al quale diede il nome di Pietro ecc." (Marco 3, 13-16, Garofalo). Seguono i nomi dei Dodici scelti.

I Dodici dunque formano un gruppo ben distinto tra i seguaci o discepoli di Cristo, con compiti o funzioni particolari. A conferma vale il fatto che, dopo questa scelta o elezione, il gruppo è assai spesso designato col solo nome di "I Dodici" (Oi Dòdeka): 34 volte contro 8. Leggendo i vangeli si nota facilmente come dopo la scelta dei Dodici, tra Gesù e questo gruppo si siano creati gradatamente rapporti particolari. Molto significativa è l'espressione di Marco che dice: "Li scelse per averli con sé, per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni" (Marco 3, 14-15). Effettivamente, non molto tempo dopo la scelta, Gesù affida ai Dodici la prima missione: li manda da soli, a due a due, rivestendoli della sua stessa autorità e dei suoi poteri. Oltre all'impegno di annunziare il Vangelo, come farà anche coi settantadue discepoli (cfr Luca 10, 1 ss.), il cui numero rappresenta tutti i popoli della terra, secondo la tradizione ebraica, ai Dodici Gesù "diede autorità sugli spiriti maligni e di guarire le malattie" (Luca 9, 1-2). Disse loro: "Guarite i malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni" (Matteo 10, 8).

- Ai Dodici, in corso di tempo, Gesù fa conoscere la vera natura della sua missione messianica, vale a dire che, contrariamente alla comune attesa, egli restaurerà il Regno di Dio mediante la sofferenza e la morte, seguita dalla risurrezione. Più d'una volta Gesù aveva accennato alla sua passione (cfr. Matteo 16,21; 17,22, e paralleli; Giovanni 2,19-22). Ma ai Dodici parlò in modo particolare e abbastanza chiaro:

"Mentre erano nella strada che sale a Gerusalemme (…) ancora una volta Gesù prese in disparte i Dodici discepoli e si mise a parlare di quello che gli doveva accadere. Disse loro: "Ecco, noi stiamo salendo verso Gerusalemme; là il Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti" (Marco 10,32-34). Altro momento forte di questa intimità tra Gesù e i Dodici è certamente la celebrazione dell'ultima Pasqua. Senza dubbio in quella circostanza c'erano a Gerusalemme altri discepoli. Ma Gesù volle celebrare la Pasqua solo coi Dodici: "Quando fu sera, si mise a tavola insieme ai Dodici discepoli" (Matteo 26, 20; Marco 14,17; Luca 29,4). Questo non significa certo che Gesù amasse solo i dodici, oppure che facesse disparità, ma indubbiamente i dodici hanno un primato rispetto agli altri discepoli, cosi come lo ebbe Pietro all‘interno dei dodici, Pietro non era più amato, non era stato eletto capo incontrastato, ma aveva solo il primato, infatti è sempre lui a farsi avanti per primo, ed è sempre lui ad essere menzionato per primo, (tranne in Gv 1,40) ma il più grande di voi si dovrà fare il più piccolo, infatti anche Gesù si fece il più piccolo lavando i piedi a gli Apostoli. Ritornando alla Pasqua, dal tenore delle parole che Gesù rivolse ai Dodici in quella circostanza, apprendiamo che conferì loro il potere sacerdotale di offrire l'unico sacrificio della Nuova Alleanza: “Fate questo in memoria di me" (Luca 22, 19).

Anche nel lungo discorso che segui la Santa Cena, in cammino verso il Getsemani, gli interlocutori immediati di Gesù furono i Dodici. A loro in modo particolare Gesù promette lo Spirito Santo.

"Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito (difensore, assistente, consolatore), che starà sempre con voi, Io Spirito di verità (... ). Vi ho detto queste cose mentre sono con voi. Ma il Padre vi manderà nel mio nome un Difensore: lo Spirito Santo. Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che ho detto" (Giovanni 14, 16.25-26).

Senza dubbio lo Spirito Santo è dato a tutti i credenti in Cristo (cfr. Giovanni 7, 39). Ma qui appare chiaro che una particolare effusione dello Spirito è promessa ai Dodici, in vista certamente della funzione speciale che avrebbero dovuto svolgere in seno alla comunità dei discepoli di Cristo - Dopo la crisi del venerdì santo, che vide dispersi anche i Dodici, il Risorto li ristabilisce nella loro missione, che riceve un assetto definitivo dalla certezza della risurrezione. Luca ci informa che il Risorto fu assunto in cielo "dopo aver dato istruzioni agli Apostoli che si era scelti nello Spirito Santo. Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio‖"(Atti 1, 2-3). Certo, il Risorto apparve anche ad altri; ma nelle apparizioni una particolare attenzione fu riservata ai Dodici (poi divenuti undici). Nel racconto sommario che san Paolo fa delle apparizioni di Cristo Risorto afferma esplicitamente che si fece vedere ai Dodici (cfr. 1 Corinzi 15, 5). La scelta dei Dodici fatta da Gesù e la cura particolare che egli ebbe nei loro riguardi spiegano e giustificano il ruolo che i Dodici ebbero nella Chiesa dei primi tempi. I primi cristiani ricevettero la fede non da uno scritto, ma dalla viva voce dei Dodici e dei loro collaboratori.

L‘IMPORTANZA DELLA GERARCHIA 

I Dodici insegnano e presiedono nella comunità di Gerusalemme (cfr. Atti 2, 42-43). Con grande coraggio attestano la risurrezione del Signore e riscuotono grande simpatia (cfr. Atti 4, 33), ma anche avversità e persecuzioni (cfr. Atti 5, 17-18). S'interessano dei beni della comunità (cfr. Atti 4, 34-35; 5, 2). Parlano in nome di Gesù e sempre in suo nome compiono segni e miracoli (cfr. Atti 5, 12 e 5, 40). Riservandosi il servizio della Parola, autorizzano altri ad aver cura della distribuzione dei beni (cfr. Atti 6, 2-6). Si riuniscono a Gerusalemme insieme agli anziani per decidere, sotto la guida dello Spirito Santo, che cosa bisogna esigere dai cristiani provenienti dal paganesimo (cfr. Atti 15, 2-22).

A conferma di questo ruolo direttivo dei Dodici nella Chiesa primitiva vale quanto sugli Apostoli, ossia sui Dodici, dice san Paolo nelle sue Lettere. Scrivendo ai cristiani di Corinto afferma che nell'organismo ecclesiale, oltre alla basilare uguaglianza di tutti come membra di Cristo, vi sono diversità di funzioni volute da Dio:

"Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte. Alcuni però Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli" (1 Corinzi 12, 27-28). "E' lui (Cristo) che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti" (Efesini 4, 11).

Il nostro corpo è formato da tante membra e organi, ma il polmone non ha invidia del cuore, il piede non può dire alla gamba "tu non mi servi", nemmeno il cervello può dire alla mano "posso fare a meno di te", tutto vive in armonia, ogni organo con compiti diversi, ma ognuno di essi indispensabile per la vita; cosi pure la Chiesa ha diversi organi, ognuno con i propri compiti, questa agli occhi di Dio non è gerarchia, è armonia. Quest‘armonia è indispensabile alla Chiesa. Nella Chiesa primitiva i Dodici, oltre al ruolo di annunciare la Parola e dirigere le comunità, ebbero anche la preoccupazione di assicurare che queste due funzioni fossero partecipate e continuate mediante persone qualificate ad essi intimamente legate.

Il primo esempio di questa preoccupazione fu l'elezione di Mattia per occupare il posto lasciato vuoto dal traditore. Siamo alle origini della Chiesa. Il Vangelo doveva essere annunziato da testimoni oculari e auricolari della vita e della risurrezione del Signore. Mattia era uno di quelli che fin dal battesimo di Gesù era stato in loro compagnia, e lo fu fino alla fine. In questo modo era qualificato a diventare testimone della sua risurrezione e ascensione (cfr. Atti 1, 21-22). Neppure Saulo, divenuto Paolo, era del numero dei Dodici scelti da Gesù durante la sua vita terrena. Tuttavia egli fu riconosciuto Apostolo a pieno titolo. Egli considera la sua missione come un incarico ricevuto direttamente dal Signore (cfr. Atti 9, 15; Galati 2, 7-10; 1 Corinzi 9, 1). Anche a lui era apparso il Risorto (cfr. Atti 9, 3-5; 1 Corinzi 15, 8). Paolo poteva dire di essere Apostolo "non per volere di uomo né per tramite d'uomo, ma per opera di Gesù Cristo e di Dio Padre" (Galati 1, 1; cfr. 1 Timoteo 2, 7; 2 Timoteo 1, 11; Tito 1, 1; 1 Tessalonicesi 2, 7). In seguito, nella misura in cui la fede si diffondeva anche fuori la Palestina, e i testimoni oculari diminuivano sempre più, non vi fu la preoccupazione di conservare il numero dei Dodici. L'essenziale era la continuità della missione apostolica. Nessuno prese il posto dell'Apostolo Giacomo, uno dei Dodici, fatto decapitare da Erode (cfr. Atti 12, 2); ma molti dentro e fuori la Palestina continuarono la sua missione in stretta collaborazione con gli Apostoli. Nelle nuove comunità furono costituiti maestri e guide qualificate ed autorevoli col compito di continuare ed estendere nel tempo e nello spazio la testimonianza e la funzione dei Dodici. Comincia così la catena dei collaboratori prima, e dei successori poi. Non più condizionamento di numero, ma compito di annunciare la Parola, di guidare le comunità e di presiedere l'Eucaristia. La catena non si è mai interrotta attraverso i secoli. In questo modo comincia ad attuarsi quella nota caratteristica della vera Chiesa di Cristo, che è la sua apostolicità mediante la successione. Se si sarebbe interrotta la catena, allora vorrebbe dire che la Chiesa per un periodo cessò di esistere, ma questo non avvenne mai, grazie all‘opera dello Spirito Santo che la guidava attraverso i secoli. Nella scelta dei Dodici possiamo e dobbiamo perciò distinguere due aspetti o componenti.

Una personale, quindi irripetibile, finita con la morte dei Dodici. I Dodici furono testimoni della risurrezione del Signore e fonte diretta della Rivelazione da lui fatta all'umanità. Fin dal tempo degli Apostoli la Lettera di Giuda esortava a combattere per la fede, "che fu trasmessa ai credenti una volta per sempre" (Giuda 3). L'altro aspetto o componente della scelta dei Dodici è la funzione che essi hanno trasmesso ai loro successori: il compito di annunciare il Vangelo, di guidare la comunità, di santificare i credenti coi sacramenti. Nell'opera degli Apostoli avente lo scopo di prolungare nel tempo la loro funzione, accanto alle grandi figure di Giacomo e di Barnaba, appaiono fin dalle origini gli episcopi e i presbiteri.

1 - Gli episcopi erano dei sorveglianti come indica la parola (greco episkopein = sorvegliare). Ad essi vengono attribuite le funzioni di pascere il gregge di Dio (cfr. Atti 20, 28; 1 Pietro 5, 1-3), presiedere le assemblee (cfr. 1 Timoteo 3, 5; 5, 17), esercitare il ministero della Parola con autorità (cfr. 1 Timoteo 5, 17; Tito 1, 9).

I presbiteri erano persone anziane chiamate a compiere varie funzioni in seno alle comunità dei cristiani. A Gerusalemme ricevono ed amministrano gli aiuti mandati dai fratelli di Antiochia ai fratelli della Palestina (cfr. Atti 11, 29-30). Sempre a Gerusalemme gli anziani prendono parte al concilio, assieme agli Apostoli e a Giacomo (cfr. Atti 15, 6.21-28). Fuori della Palestina, nelle chiese fondate da Paolo, i presbiteri o anziani sono incaricati di guidare le comunità locali (cfr. Atti 14, 23). Scrivendo a Tito, Paolo lo esorta a stabilire presbiteri in ogni città (cfr. Tito 1, 5).

Le funzioni o compiti dei presbiteri erano diverse: presiedevano alle comunità in qualità di pastori (cfr. Atti 20, 28), di amministratori (cfr. Tito 1, 6-9; 1 Timoteo 3, 1-7; Atti 11, 29-30), di maestri, cf. Atti 20, 28.32; 1 Timoteo 5, 17; Tito 1, 9). Ad essi spettava pure l'esercizio di determinati riti liturgici come l'unzione degli infermi (cfr. Giacomo 5, 14). Dai più antichi documenti sappiamo che i presbiteri presiedevano alla "celebrazione del sacrificio eucaristico". A un dato momento della sua vita, quasi certamente verso gli ultimi anni, Paolo, prevedendo prossima la sua morte, affida a Timoteo la cura o governo della Chiesa di Efeso: "Quando partii per andare in Macedonia ti raccomandai di rimanere a Efeso. Restaci ancora, ti prego, perché vi sono alcuni che insegnano false dottrine e tu devi ordinare che la smettano” (1 Timoteo 1, 3). Le parole usate da Paolo hanno tutto il sapore di un affidamento più che di una semplice e ordinaria collaborazione. E' qui indicato chiaramente un caso di successione apostolica, cioè di trasmissione di poteri apostolica per la continuità dell'annuncio genuino del Vangelo conforme alla struttura della Chiesa voluta esplicitamente dal Signore Gesù. Tito ebbe dall'Apostolo vari incarichi anche delicati (cfr. 2 Corinzi 2, 13; 7, 6; 8, 6-17; 12, 18; Romani 15, 26). In modo analogo a quanto aveva fatto con Timoteo, Paolo affida a Tito la cura della Chiesa di Creta col potere di continuare l'opera sua. “A Creta ti lasciai per questo scopo: perché tu dia l'ultima mano a ciò che resta da fare e faccia in modo che in ogni città ci sia qualche presbitero, secondo le disposizioni che ti ho dato” (Tito 1, 5). E' chiaro che Tito riceve da Paolo la consegna della sua stessa missione, che comportava non solo la vigilanza e la testimonianza della sana dottrina, ma anche la scelta delle guide o pastori che partecipassero e continuassero la stessa missione. Abbiamo qui un altro caso di successione apostolica analogo a quello di Timoteo. I Dodici hanno ricevuto questo mandato direttamente dal Maestro (cfr. Marco 3, 14, e paralleli). Ma essi sono morti. Come può essere continuato questo ministero qualificato voluto dal Maestro divino? Come sarà perpetuata la struttura della comunità dei suoi discepoli quale egli ha chiaramente indicata? Gli Apostoli hanno ben capito questa volontà del loro Maestro. Perciò non solo ebbero la preoccupazione di predicare il Vangelo anche fuori della Palestina, nel mondo allora conosciuto, ma si circondarono di collaboratori, che potessero continuare la loro missione. A questi essi trasmisero anche mediante un gesto visibile e significativo, vale a dire con la imposizione delle mani l'autorità che essi avevano ricevuto dal loro Maestro. In seguito diedero disposizioni che, quando essi fossero morti, altri uomini fedeli ed esimi, subentrassero al loro posto. Abbiamo qui delineata quella che si chiama "successione apostolica", cioè la continuità del ministero o servizio qualificato nella Chiesa mediante uomini collegati ai Dodici senza interruzione, e mediante i Dodici allo stesso divino Fondatore della Chiesa. Un assertore esplicito della successione apostolica è, in modo particolare, san Paolo. Non molto tempo prima della sua morte scriveva a Timoteo: “Tu, dunque, figlio mio, fortificati nella grazia che è in Cristo Gesù. Le cose che udisti da me con l'appoggio di molti testimoni, affidale ad uomini fedeli, capaci di istruire altri a loro volta” (2 Timoteo 2, 1-2). Spiegazione: Quando Paolo scriveva queste parole aveva poca o nessuna speranza di ricuperare la libertà, di poter cioè vivere ancora a lungo. Prevedendo prossima la sua fine si preoccupa di assicurare la continuità nella trasmissione del Vangelo mediante ministri fedeli e ben preparati. Timoteo era certamente uno di questi. A lui Paolo, in una Lettera precedente, aveva raccomandato: “Non trascurare il carisma che è in te e che ti fu dato per mezzo della profezia insieme all'imposizione delle mani dei presbiteri” (1 Timoteo 4, 14).

Timoteo, dunque, può essere considerato il primo anello, dopo Paolo, d'una lunga catena, che è la successione apostolica. Questo significano le parole: “Le cose da me udite con l'appoggio di molti testimoni”. Si tratta d'una consegna, d'una trasmissione di poteri. L'espressione allude a un particolare momento nella vita di Timoteo, nel quale ricevette la missione di predicare il Vangelo con autorità. La consegna era accompagnata da un rito, cioè la imposizione delle mani (cfr. 1 Timoteo 4, 14; 6, 12). Ma Paolo guarda più avanti. Egli vuole che anche dopo Timoteo vi siano nella Chiesa uomini fedeli e capaci di continuare la stessa autorevole missione. Ad essi Timoteo deve trasmettere lo stesso ministero che ha ricevuto da Paolo: “Le cose che udisti da me affidale ad uomini fedeli, capaci”.

Abbiamo qui il secondo anello della stessa catena: come Timoteo si ricollega a Paolo nel servizio qualificato e autorevole della Parola, così altri devono collegarsi a lui e, mediante lui, a Paolo, a Cristo. Questo servizio non è perciò lasciato allo sbaraglio, in balia di avventurieri, ma deve essere continuato mediante la trasmissione da parte di coloro che a loro volta l'hanno ricevuto e fedelmente esercitato. La catena continua. Gli uomini fedeli e capaci, a cui Timoteo ha affidato le cose udite da Paolo, ossia il Vangelo autentico di Cristo, devono fare lo stesso cammino, affidare cioè ad altri, fedeli e capaci, quelle stesse cose, non altre. Abbiamo qui il terzo anello della catena. E' implicito nel pensiero di Paolo che su questi altri incombe lo stesso dovere, vale a dire di non spezzare la catena, ma continuarla affidando ad altri ancora lo stesso qualificato e autorevole servizio della Parola. E cosi fino alla fine dei tempi. In questa chiara esposizione dell'Apostolo sono ben delineati i connotati di quella che si chiama "la successione apostolica". E' una catena ininterrotta - ripetiamo - che dal Signore Gesù, mediante gli Apostoli da lui scelti, autorizzati, inviati, e mediante i loro legittimi successori, deve continuare fino alla fine del mondo (cfr. Matteo 28, 20). Chi si pone fuori di questa catena non ha nessuna autorità, nessun diritto, nessuna garanzia di annunciare il Vangelo eterno del Figlio di Dio. Il Signore Gesù ha assicurato la sua presenza, cioè la sua assistenza, ai suoi Apostoli (e ai successori) non ad altri, fino alla fine del mondo.

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