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La Vera Chiesa di Cristo (13/20)

LEGITTIMITÀ DEI VARI MOVIMENTI CATTOLICI

“Il movimento carismatico cattolico è nato dopo il movimento pentecostale questa è storia.“ La Chiesa Cattolica nel corso dei secoli non è mai stata priva dell‘assistenza e dei doni dello Spirito Santo. Lo dimostrano i tanti carismi straordinari, i frutti e le opere grandiose che si sono prodotte in tanti santi che hanno raggiunto lo stato di perfezione nell‘esercizio eroico della carità, ma anche da tanti semplici credenti laici o consacrati.

Quindi le manifestazioni carismatiche non hanno avuto inizio nel movimento pentecostale. E‘ storia, grazie spirituali, mistiche, e doni straordinari si manifestavano nelle comunità francescane, carmelitane, domenicane o altri movimenti, molti secoli prima della nascita del movimento pentecostale.

Il movimento carismatico, è sorto sulla scia della rivalutazione dei doni carismatici, la cui esistenza era un fatto assodato e ben noto nella dottrina e nell‘esperienza bimillenaria della Chiesa.

Quindi io non farei queste distinzioni su chi è venuto prima e chi dopo. Prima c‘è Gesù Cristo e poi la sua unica Chiesa.

I carismi sono solo doni che Dio distribuisce a chi e quando vuole e, non si può rivendicare su di essi dei primati. Il problema vero è che il carisma maggiore è quello dell‘amore. E laddove vi è amore suscitato dallo Spirito dovrebbe scomparire lo spirito di divisione che invece purtroppo ancora permane in tante aree pentecostali e protestanti in genere. Gli altri carismi, senza quello dell'amore e dell'unità sono “cembali sonanti” (1Cor 13) e noi dobbiamo sforzarci di avvicinarci gli agli altri in Cristo, vincendo quelle resistenze che si sono determinate per diffidenze imputabili alle umane debolezze sia dell'una che dell'altra parte.”

Ma i fratelli separati insistono dicendo che Gesù condanna le tradizioni, non mettendo a fuoco però quali tradizioni. Gesù nel capitolo 15 del Vangelo secondo Matteo, condanna le tradizioni farisaiche. I fratelli separati, soprattutto i pentecostali condannano invece la Tradizione cattolica, rifacendosi proprio a questo capitolo del Vangelo. Dovremmo allora pensare che la Bibbia si contraddice, visto che nelle lettere di Paolo troviamo diverse esortazioni a mantenere vive le Tradizioni cristiane? Anche l‘apostolo Giovanni ama la Tradizione, e gli dà la giusta importanza, leggendo infatti il finale delle sue lettere, notiamo come spesso preferisca parlare di persona “faccia a faccia” con i suoi discepoli,

Anche nel finale del suo Vangelo Giovanni accenna a questa sua abitudine, al dare importanza alla Tradizione, fa capire infatti che oltre a quello che ha scritto, su Gesù ci poteva raccontare molto altro ancora, e si deve per forza presumere che lo raccontava ai suoi discepoli.

Nella Sua seconda lettera Giovanni nella conclusione scrive: “Molte cose avrei da scrivervi, ma non ho voluto farlo per mezzo di carta e di inchiostro; ho speranza di venire da voi e di poter parlare a viva voce, perché la nostra gioia sia piena.”

Nella Terza lettera Giovanni conclude la sua lettera scrivendo “Molte cose avrei da scriverti, ma non voglio farlo con inchiostro e penna. Spero però di vederti presto e parleremo a viva voce.”

E anche nel Vangelo al versetto 25 del 21° capitolo Giovanni scrive: ”Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere” Notiamo che San Giovanni ama la Tradizione, infatti quando può preferisce istruire di persona i discepoli, con la viva voce, quindi tramite la Tradizione cristiana. Giovanni grande conoscitore delle Scritture nell‘epilogo del suo Vangelo ricorda il Salmo 106,1-2 dove troviamo scritto: “Alleluia. Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia. Chi può narrare i prodigi del Signore, far risuonare tutta la sua lode?” Ecco perché scrive: ”Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una…”

Gesù istruiva gli Apostoli, non ha affidato tutto il compito allo Spirito Santo, per ben tre anni istruì continuamente i suoi discepoli. Gli Apostoli trascorsero tre anni, giorno e notte con Gesù, togliendo la notte, restano le dodici ore del giorno, in queste dodici ore gli Apostoli venivano istruiti da Gesù, lo seguivano, lo sentivano predicare, insegnava, anche rivolgendosi a loro direttamente. In tre anni gli Apostoli hanno ricevuto circa 13.000 ore di insegnamento dal più grande maestro mai esistito. Teniamo pure presente che tutti gli apostoli avevano lo Spirito Santo, avendo da Lui ricevuto il dono della fede, ed essendo stati battezzati da Gesù. Eppure dai Vangeli vediamo che dopo ben tre anni di istruzione, c‘erano delle cose che non avevano ancora capito bene, ad esempio le cose riguardanti il Regno dei Cieli. Nelle comunità pentecostali invece dopo circa un anno di scuola domenicale, e catechesi varie, nessuno nutre più dubbi. Ogni buon pentecostale all‘incirca dopo tale periodo assicura di aver ben chiara tutta la dottrina cristiana. Eppure costoro non apprendono dal più grande Maestro mai esistito nella storia umana, ma da un semplice pastore, preparato quanto si vuole, ma nemmeno lontanamente confrontabile col Maestro Gesù. Mi sorge a questo punto un dubbio, o erano ritardati gli apostoli, oppure sono troppo spavaldi i pentecostali. Gesù dopo la sua resurrezione appariva agli Apostoli e spiegava loro le cose del Suo Regno, (At 1,3) dove sono scritte queste cose che lui spiegò? Bisogna chiedersi il perché Gesù dopo ben tre anni di catechesi impartite agli apostoli, continuò per altri quaranta giorni a istruirli. Considerato che Gesù sapeva che di lì a poco gli avrebbe mandato lo Spirito Paraclito, perché continuò a istruirli dopo la Sua resurrezione? Siamo sicuri che gli evangelisti non menzionano quello che Gesù fece in questi quaranta giorni perché ciò non è utile ai fini della nostra salvezza?

Leggiamo in Atti 1,3: “Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.”

Analizzando con serenità e serietà questi versetti scritti da Luca, possiamo affermare che egli dice “…Gesù fece e insegnò…” perché in effetti spesso Gesù insegnava con la Parola, senza accompagnarla con miracoli, è il caso ad esempio delle tante parabole raccontate da Gesù. Ma ciò non nega che quando Gesù operava miracoli non insegnasse, anche a voce, anzi se analizziamo ogni miracolo di Gesù, ne troveremo sempre la spiegazione, l‘insegnamento. Sempre nel prologo degli Atti, notiamo che Luca scrive:

“…apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.”

Nei Vangeli non troviamo traccia di ciò che insegnò Gesù in quei quaranta giorni, troviamo solo qualche accenno nelle lettere del Nuovo Testamento, come ad esempio in 1 Cor 3,15 “…tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco.”, dove sembra che Paolo accenni al Purgatorio, alla prigione, da dove non si uscirà fino a che non si abbia pagato fino all‘ultimo spicciolo, stessa prigione dove si trovavano gli spiriti che ricevettero la predicazione di Gesù, (1 Pt 3,19), questi versetti sono direttamente connessi con il Regno dei cieli. Gesù sicuramente insegnò anche in quei quaranta giorni, e siccome il comando che aveva dato agli Apostoli non era quello di scrivere ma di predicare, Giovanni lo sottolinea nella conclusione del suo Vangelo, non tutto quello che Gesù fece è scritto nei Vangeli. La Tradizione serviva a tramandare e completare ciò che fu scritto nei Vangeli, perché dobbiamo supporre che proprio nei quaranta giorni Gesù completò il Suo insegnamento agli apostoli. Gli argomenti che spiegò in questo lasso di tempo ce li tramanda la Tradizione. Ripetiamo che prima nacque la Tradizione e poi i Vangeli; come già detto l‘amore e il rispetto che Giovanni nutre per la Tradizione trapela anche dalle sue lettere, e con la Scrittura la Tradizione non fu abolita, ne tanto meno ritenuta inutile, tanto e vero che Paolo raccomanda ai suoi discepoli di tramandare la Tradizione, ma è palese che i protestanti confondono la Tradizione raccomandata da quella condannata, quest‘ultima abbiamo visto che era quella dei farisei. Giovanni come abbiamo visto, spesso (come ha fatto nelle sue seconda e terza lettera) preferisce fermarsi, e continuare l‘insegnamento di persona, “faccia a faccia”.

CITAZIONI NON SCRITTE NEI VANGELI

Nel Nuovo Testamento si possono notare alcune citazioni che fa Paolo non riportate nei Vangeli, e in qualche caso nemmeno nel Vecchio Testamento.

In Atti 20,35 apprendiamo da Paolo che Gesù disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!”, questa frase nei Vangeli (né in nessun‘altro Libro o Lettera della Bibbia) non esiste, è chiaro quindi che Paolo l‘abbia appresa dalla Tradizione.

In 2Tm 3,8 “Sull’esempio di Iannes e di Iambres che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta e riprovati in materia di fede.”

Anche qui se cerchiamo (oggi con i computers è facile) in tutta la Bibbia i nomi di questi due maghi del faraone, non li troviamo. Evidentemente Paolo li ha appresi sempre dalla Tradizione, E‘ strano leggere queste citazioni attinte dalla Tradizione, fatte da uno che apparentemente la condanna. Per tradizione gli ebrei avevano prodotto e portato avanti 613 comandi, derivanti dal decalogo di Mosè, da osservare scrupolosamente e, che venivano imposti al popolo ma disattesi dai maestri. Questo condanna Paolo, non la Tradizione che tramanda fatti e insegnamenti veri e concreti.

Spesso i fratelli separati si aggrappano ad ogni singola parola, pur di controbattere i cattolici, prendono ad esempio l‘epilogo del Vangelo Giovanni dove dice: “non tutto ciò che Gesù fece è scritto nei Vangeli” estrapolano la parola “fece” per dire che questa voce del verbo fare, spiega che quello che non è scritto nei Vangeli, si riferisce ai miracoli che Gesù operò (fece) e che non è stato ritenuto necessario scriverli nei Vangeli, per l‘utilità della nostra salvezza. C‘è scritto “fece”, e non “disse”, è vero, ma non fa differenza per chi conosce Gesù, perché ogni Sua azione era un insegnamento, e poi proprio dalla Bibbia, apprendiamo che Gesù accompagnava sempre le sue gesta con spiegazioni, non muoveva solo le mani e i piedi come un burattino, ma parlava, spiegava. Storpiare e stravolgere il significato del verbo “fece” usato nell‘epilogo del Vangelo di Giovanni, vuol dire calpestare (a volte anche inconsapevolmente) la Parola di Dio.

Dimenticano quindi che Gesù quando operava miracoli contemporaneamente insegnava, non c‘è nessun miracolo raccontato nei Vangeli in cui Gesù non insegni. Ad ogni suo prodigio Egli accompagnava un insegnamento per i discepoli. Come si può affermare che il “fece” è riferito solo ai miracoli e non agli insegnamenti? Eppure questo mi è stato spesso detto e portato come esempio a scapito della Tradizione cattolica, da diversi fratelli (anche pastori) protestanti, dimostrando di non tenere assolutamente conto del reale significato di certe frasi.

Un esempio può aiutare a capire il concetto: se io devo dare risalto ai meriti di mio fratello che tanto si è impegnato per far migliorare la nostra attività commerciale, dico semplicemente:

“non si può raccontare tutto quello che mio fratello ha fatto per il negozio, perché sarebbe molto dilungativo, ma state certi che si è impegnato moltissimo”.

E‘ naturale che mio fratello non ha operato solo con le mani, ma ha parlato, con fornitori, clienti, impiegati pubblici, ecc., eppure nell‘uso comune del parlare e dello scrivere si usa il verbo “fare”.

Il Nuovo Testamento si ebbe completo solo dopo il 397, è quindi logico che le prime comunità cristiane possedevano solo una parte di esso, si appoggiavano molto sulla Tradizione orale, quindi sugli insegnamenti dei diretti discepoli degli apostoli.

Considerato che Paolo predicava molto, e che negli anni in cui lui scriveva furono scritti pure i Vangeli, poteva benissimo raccomandare a Tito di conservare le Sacre Scritture, e di mettere per iscritto gli insegnamenti da lui ricevuti. Paolo invece raccomanda vivamente di conservare la Tradizione, e vediamo che ad esempio Tito non scrisse nulla (almeno da quanto ci è pervenuto), ma predicò per tutta la sua vita. La Bibbia è Parola di Dio, ma anche la Tradizione lo è! Tito si preoccupò anche di tramandare la Tradizione per via orale, perché Paolo così gli aveva raccomandato. Paolo raccomandava forse ai suoi discepoli una cosa che poi si sarebbe rivelata inutile? Sappiamo che egli scriveva per ispirazione divina, quindi guidato dallo Spirito poteva benissimo capire che la Tradizione era meglio eliminarla. Lui invece la raccomanda perché la ritiene utile.

La chiesa cattolica segue la Tradizione Apostolica, sì, proprio quella Tradizione tanto accusata e criticata dai protestanti. I discepoli ascoltavano dalla viva voce di Gesù e tramandavano agli altri discepoli.

Chi non era presente veniva messo al corrente, istruito da chi aveva sentito e visto, ecco perché la Scrittura non è tutto. E‘ importante, ma non è tutto! E‘ fondamentale, insostituibile, ma non è tutto.

La Tradizione coadiuva la Sacra Bibbia e diventa un tutt‘uno con Essa. Paolo raccomanda ai suoi discepoli di conservare la Tradizione, e non intendeva di certo che la conservassero in un cassetto, sotto una pietra o in un grotta, conservare in questo caso significa tramandare. La Tradizione si conserva solo se viene insegnata ai posteri, altrimenti muore con chi l‘ha testimoniata. Gli Apostoli si preoccuparono di far continuare la vita della Chiesa scegliendo uomini capaci e di fede provata, formarono le prime comunità, a guida di esse eleggevano dei vescovi, questi a loro volta sceglievano dei presbiteri e diaconi. Così per mezzo di questi uomini veniva portata avanti la Tradizione che Paolo e gli altri Apostoli tanto raccomandarono. 


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