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martedì 16 luglio 2019

Il nazifascismo? Una categoria storica che non c’è (di Francesco Lamendola)


Una delle ragioni, e forse la principale, per cui il fascismo ha goduto a lungo presso l’opinione pubblica, e in gran parte seguita a godere, di una fama così cattiva da esser praticamente divenuto sinonimo di violenza gratuita, stupidità barbarica e tracotante disprezzo dei ditti altrui, è che viene sovente associato al nazismo in un tutto unico, una specie d’ippogrifo chiamato nazifascismo. D’altra parte, questa associazione non riposa su una riconosciuta categoria storica – riconosciuta dagli storici seri, perlomeno – bensì su di una operazione ideologica, che è stata fatta da alcuni storici di parte, tutti o quasi tutti militanti nei partiti e nelle ideologie di sinistra, nonché da un certo numero di giornalisti, scrittori e opinionisti, accomunati da un‘avversione pregiudiziale verso il fascismo, da essi ritenuto intrinsecamente malvagio, senza nulla di buono o di onesto, al punto da essersi “naturalmente” associato al nazismo, il movimento più malvagio in assoluto che la storia abbia mai partorito. Di questa galassia disomogenea, ma accomunata da un sentire univoco nei confronti del fascismo, giudicato più come categoria morale che come quella precisa ideologia che ha prodotto un movimento politico e infine un regime al potere, fanno parte i memorialisti scampati alla Shoah, come Primo Levi, i quali, nella loro avversione al nazismo, che fu causa delle loro sofferenze, si sentono portati ad associarlo al fascismo, sia perché quest’ultimo finì per stipulare un’alleanza politica e militare con la Germania di Hitler, sia perché, come è noto, nel 1938 anche il fascismo varò le sue leggi razziali e adottò le sue misure antisemite, sebbene – ormai lo riconoscono quasi tutti gli studiosi – non vi fosse stata alcuna pressione esplicita da parte di Hitler affinché il fascismo adottasse quelle misure. E a ciò si aggiunga che qualsiasi tentativo di distinguere in profondità tra fascismo e nazismo, tra l’opera di Mussolini e quella di Hitler, incontrava ed incontra un’ulteriore difficoltà, quella di essere facilmente scambiata per una difesa inconfessata del fascismo, e magari anche del nazismo, come se, separando la genesi e gli scopi delle due ideologie e dei due regimi, si potesse alleggerire le responsabilità morali di cui i loro esponenti si macchiarono, a dire il vero assai più i nazisti che i fascisti. Invece si può benissimo criticare l’associazione innaturale di fascismo e nazismo nel termine nazifascismo, senza con ciò voler fare necessariamente opera di rivalutazione dell’uno o l’altro dei due regimi. Pertanto, le generazioni cresciute dopo il 1945 hanno sempre sentito parlare, a cominciare dai banchi di scuola e finendo coi sedicenti dibattuti culturali nei salotti televisivi, del nazifascismo, abituandosi a dare per scontato che il nazifascismo sia esistito, che sia stato una cosa reale, anzi evidente, e che i fascisti e i nazisti per primi la ritenessero tale, mentre è vero il contrario: che almeno fino agli ultimi anni della loro esistenza, cioè quelli della Seconda guerra mondiale, i due regimi non adoperarono quasi mai tale espressione, e i rispettivi militanti, per non parlare dei due capi, l’italiano e il tedesco, si guardarono bene dal ritenerla ovvia e naturale.

Benito Mussolini, duce del fascismo italiano


Prima che questo assioma ideologico venisse posto in discussione, dovevano passare cinquant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla scomparsa di Hitler e Mussolini. Uno dei primi studiosi italiani a sottoporlo a una critica serrata è stato il saggista e giornalista Fabio Andriola, bresciano, classe 1963, il quale nel suo saggio Mussolini, segreto nemico di Hitler (Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 311-313), scrive:

Ad eccezione dei diretti interessati, nazisti e fascisti, cioè, è dagli anni Trenta che si parla correntemente di “nazifascismo”. Quando non si parla di ‘fascismo’ intendendo ‘nazismo’ i due regimi tendono ad essere messi sullo stesso piano: una sorta di raddoppio rafforzativo, tipo “marxismo-leninismo” o “liberal-capitalismo”’. Oltretutto, col nazi-fascismo si inverte anche quella che negli altri esempi sembra la regola: prima la dottrina teoretica (il marxismo, il liberalismo) e poi la sua messa in atto (il leninismo, il capitalismo). Invece, quello che dovrebbe essere il “movimento modello”, il fascismo, viene posposto in base a criteri che nulla hanno a che vedere con la distinzione tra teoria e prassi. Il nazismo viene prima perché è colui che, con l’orrore della sua ideologia e con la ferocia dei suoi uomini, ha impresso un carattere demoniaco al radicalismo di destra, oltretutto uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale e quindi, come tutti i vinti, condannato alla “damnatio memoriae”.

A differenza del marxismo-leninismo o del liberal-capitalismo, categorie abbastanza neutre da un punto di vista etico, nel senso che sono usate per indicare un sistema di valori non negativi in sé, il nazi-fascismo invece emana odore di zolfo al solo accennarlo. Ma la definizione è scorretta: lo era, come si è visto per i diretti interessati, e lo è anche oggi, in sede storica perché offre una lettura ideologica e fuorviante di un fenomeno che non fu assolutamente univoco (…). Un conto è un’alleanza, stabilmente traballante, politica prima e militare poi, un conto è una salda unione basata su forti vincoli ideologici. Il primo caso è storia, il secondo fantasia o confusione. Perché accomunare “sic et simpliciter” i regimi di Mussolini e di Hitler vuol dire o annacquarne le caratteristiche in una serie di vaghe definizioni che possono andar bene per buona parte dei regimi dittatoriali, di destra e di sinistra di questo secolo, oppure forzarne la natura, arrivando a individuare in modo arbitrario tratti comuni particolarmente drammatici. Di questo secondo caso è esemplare uno scritto di Primo Levi, il grande scrittore scampato ai campi di sterminio nazisti: “La storia della Deportazione e dei campi di sterminio non può essere separata dalla storia delle tirannidi fascisti in Europa: dai primi incendi delle Camere di Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto” (cfr. l’articolo di P. Levi “Il seme eterno dell’odio”, su “La Stampa” del 6 sett. 92).

Il nazifascismo? Una categoria storica che non c’è


Più recentemente Nicola Tranfaglia ha scritto che “due studiosi, come l’inglese Stuart John Woolf e lo spagnolo Juan Linz, che si sono occupati a lungo del fenomeno a livello europeo, ci ricordano che gli stessi protagonisti, a cominciare da Mussolini e da Hitler, avevano una chiara consapevolezza delle affinità e delle matrici comuni che legavano l’uno e l’altro movimento e le dittature che ne erano derivate” (“Un passato scomodo”, Laterza, 1996, pp. 53-54). Questo tipo di interpretazione è molto diffuso anche a livello giornalistico-divulgativo. Un giornalista-saggista come Furio Colombo, per altri versi assai apprezzabile, se n’è mostrato vittima in un suo contributo a una delle più imbarazzanti iniziative editoriali della recente pubblicistica italiana: “Si possono separare i due regimi, voltarsi indietro e guardarli come due eventi diversi legati tra loro solo marginalmente dalla storia? Non si possono separare se non attraverso la scelta di coloro che – dopo essere stati fascisti – hanno troncato il legame, separandosi così anche dal nazismo. Con il nazismo, il fascismo non ha mai rotto il rapporto di coesistenza, corresponsabilità e simbiosi. Nessun distacco è mai avvenuto fino alla disfatta dei due regimi” (Colombo-Feltri, “Fascismo/Antifascismo”, Rizzoli, 1994, p. 13).

Negare la validità storica della categoria del “nazifascismo” non vuole però dire pensare che, separatamente, il fascismo e il nazismo siano stati dei toccasana per l’umanità e un modello per le generazioni future. Negare validità alla categoria del “nazifascismo” vuol dire semplicemente contestare una omogeneità ideologica tra due movimenti che ebbero, storicamente, più differenze che punti in comune. Non è forse un caso che quando si vuol parlare di ‘regimi totalitari’ s’intende generalmente (e senza che la cosa faccia scandalo) ad accomunare il nazismo allo stalinismo sovietico piuttosto che al fascismo italiano. Ma quando la storia si fa politica, e accade spesso, le cose vanno diversamente sia ideologicamente che nell’interpretazione del sistema di potere l’asse nazismo-stalinismo lascia il passo a quello più usuale di nazismo-fascismo. È dagli anni Trenta che le sinistre tengono viva nell’opinione pubblica internazionale la convinzione che nazismo e fascismo altro non siano che varianti di uno stesso tema: il vizio nascosto di ogni società capitalista, categorie permanenti della storia umana, nemici di ieri che possono manifestarsi in qualunque momento, oggi e domani. Questo spiega anche l’enorme dilatazione del termine “fascista”, sinonimo di brutalità, sopraffazione, razzismo, volontà di sterminio dei più deboli.

Mussolini e Badoglio


Abbiamo detto che criticare l’associazione di fascismo e nazismo in un unico concetto, come ha fatto Fabio Andriola, non implica necessariamente un segreto intento di rivalutarli; ma qui appunto è più che mai necessario approfondire la questione e distinguere fra essi. Il nazismo, a differenza del fascismo, fu realmente un regine criminale (lasciamo perdere l’ideologia nazista, che fu ancor più eterogenea e confusa, all’origine, di quella fascista), il che non toglie che lo si debba considerare con tutta l’obiettività che è dovuta a qualunque altro evento della storia. La malvagità è una categoria etica, non storica; e allo storico compete di comprendere, semmai, per quali cause e per quali vie un regime diviene criminale: perché asserirne il carattere criminale, in toto, fin dalle sue origini, significa spostare il discorso dal terreno proprio della storia a quello della psichiatria, e più precisamente della patologia psichiatrica, il che è un modo come un altro di non dare una risposta storica.

La tragedia degli ebrei: il campo di sterminio tedesco di Bergen Belsen


Chiarito, una volta per tutte, che la storia non è un tribunale, perché esistono altre sedi, più appropriate, per fare i processi ai malvagi, resta da dire che anche il giudice più severo deve essere imparziale e cioè non lasciarsi influenzare dai propri personali sentimenti e dalle proprie private convinzioni. Si può vedere nel nazismo un regime con tratti criminali, e tuttavia non demonizzarlo interamente. Se ciò, invece, accade, è per via di un fatto intervenuto successivamente: l’instaurarsi graduale, e alla fine incontrastato, della nuova Religione dei Sei Milioni. Altri popoli hanno sofferto persecuzioni e genocidi, anche nel XX secolo, ad esempio gli armeni o gli zingari, nessuno però è riuscito a fare ciò che hanno fatto gli esponenti dell’ebraismo internazionale. A causa di tale “religione”, l’unica che non tollera offese, mentre è cosa normale offendere il cristianesimo e cosa possibile, anche se rischiosa sul piano dell’incolumità fisica (ma non su quello legislativo) offendere l’islam, un giudizio di condanna totale e inappellabile è caduto sul nazismo in toto. Qualsiasi tentativo di riconoscere taluni aspetti positivi del regine nazista, ad esempio la straordinaria ripresa economica che seguì ai drammatici effetti della Grande Depressione, e che, fino a prova contrario, fu merito di Hitler e dei suoi economisti, appare come un delitto di lesa maestà nei confronti della suddetta religione. E la cosa è arrivata a un punto tale che la quasi totalità dell’ambiente scientifico e dell’opinione pubblica mondiale hanno fatto propria, senza del tutto rendersene conto, la maledizione perpetua lanciata dal sionismo contro il fatto storico del nazismo, da tutti equiparato al Male Assoluto. Il che, ovviamente, sottrae Hitler e il nazismo a una reale valutazione storica, come si fa per qualsiasi altro uomo politico e per qualsiasi altro regime. Ciò è reso possibile appunto perché Hitler e il nazismo sono ormai percepiti come qualcosa di unico nella storia, di demoniaco, come unico e demoniaco fu il genocidio degli ebrei. E il fatto, incontestabile, che Stalin, in Unione Sovietica, fece più vittime innocenti di Hitler, anzi proporzionalmente ne fece molte di più e tutte fra il suo stesso popolo, scivola via, se non proprio inosservato, certo senza lasciare una particolare traccia sul piano etico. Hitler insomma era e resta l’incarnazione del Male Assoluto; Stalin, macellaio più di lui, è un uomo politico ordinario, forse più malvagio di altri, ma non un mostro; né il suo regime è percepito come mostruoso dalla stragrande maggioranza degli intellettuali, per non parlare dell’opinione pubblica.

Perchè Hitler era e resta l’incarnazione del Male Assoluto mentre Stalin, macellaio più di lui, è un uomo politico ordinario, forse più malvagio di altri, ma non un mostro; né il suo regime è percepito come mostruoso dalla stragrande maggioranza degli intellettuali, per non parlare dell’opinione pubblica?


A questo punto è abbastanza chiaro perché Mussolini e il fascismo abbiano subito un giudizio così pesante e inappellabile da parte degli storici e della cultura dominante, al punto che, anche per lui, qualsiasi tentativo non diciamo di rivalutazione, ma anche solo di valutarne più equamente la politica e i risultati (lasciando stare le intenzioni, perché non si fa la storia speculando sulle intenzioni soggettive, ma sui fatti concreti) appare un’impresa quasi disperata. Mussolini ebbe il torto “inescusabile” di allearsi con Hitler, e ciò ne fa, automaticamente, un complice di quel mostro; e fa del fascismo un’ideologia e un regime paralleli e contigui al nazismo. Poco importa se Mussolini fu letteralmente costretto ad allearsi con Hitler, e ciò precisamente per la politica cinica ed egoista di Francia ed Inghilterra; e poco importa se entrò in guerra, nel 1940, più che per ambizione irresponsabile, per frenare e moderare Hitler e salvare il salvabile, per l’Italia ma anche per l’Europa, finché le bocce erano ancora in movimento ed esistevano margini per esercitare un’influenza sul suo emulo. Questa è la realtà delle cose, ma su di essa si è imposta, fin dal 1945, un’altra “verità”, quella sostenuta – fra gli altri - da Primo Levi, che uno storico non è: che il fascismo era intrinsecamente malvagio; che la sua alleanza con il nazismo era scritta nelle cose; che esiste una continuità morale, o piuttosto immorale, tra lo squadrismo fascista del 1919 e i campi di sterminio nazisti. Si tratta di tesi assurde e totalmente indimostrabili, eppure sono state accettate, nella sostanza se non in tutti i dettagli, da una bella fetta della cultura e dell’opinione pubblica, proprio per la suggestione esercitata dalla Shoah. In altre parole, anche per Mussolini, come per Hitler, la serenità del giudizio storico è stata completamente offuscata da un’esigenza di tipo morale, o per dir meglio, moralistica: trovare un capro espiatorio per la tragedia degli ebrei e accollargli la responsabilità di tutti i mali del mondo. Poco importa, quindi, che lo squadrismo del 1919 non sia nato dal nulla, ma dalle continue violenze e sopraffazioni delle leghe rosse e dei militanti socialisti; così come poco importa che il fascismo sia sorto sostanzialmente come una reazione al comunismo, il quale era andato al potere in Russia nel modo che sappiamo, cioè attraverso lo sterminio di classe, e si riprometteva di far la stessa cosa negli altri Paesi, a cominciare da quelli socialmente più instabili, come appunto erano l’Italia e la Germania all’indomani della Prima guerra mondiale.


Stalin con Von Ribentrop alla firma del trattato Russo-tedesco. Stalin, in Unione Sovietica, fece molte più vittime innocenti di Hitler ma al processo di Norimberga sedette dalla parte dei giudici!


Ecco, infine, perché è nata e si è imposta la categoria arbitraria, per non dire inesistente, del nazifascismo: perché bisognava criminalizzare una volta per tutte, insieme al nazismo, anche il fascismo, prendendo, per così dire, due piccioni con una sola fava: da un lato, trovare un capro espiatorio per la tragedia degli ebrei in Italia (tralasciando il piccolo dettaglio che il fascismo, prima del 25 luglio 1943, non mandò in campo di concentramento un solo ebreo in quanto ebreo, e che durante la guerra, per volontà o con l’autorizzazione di Mussolini, ospitò e salvò la vita a decine di migliaia di ebrei, sia in Italia, sia nei territori occupati dal Regio esercito), dall’altro “saldare” la colpa imperdonabile dell’antisemitismo con quella di aver creato in Italia un regime antipopolare e liberticida (a dispetto del fatto che il fascismo fece le più importanti riforme sociali a favore dei lavoratori che mai un governo italiano avesse fatto dal 1861).

Vignetta che richiama al clima del 1919 con il pericolo di una rivoluzione Bolscevica in Italia


Ed ecco perché non si arriverà mai, finché perdurano le presenti condizioni, non diciamo a una riabilitazione di Mussolini e del fascismo, ma anche solo a render loro giustizia: se render giustizia a qualcuno è riconoscere quali furono i suoi meriti e i suoi demeriti, e non caricarlo di tutte le colpe del mondo senza riconoscergli, per principio, d’aver fatto nulla di buono. Vi si oppone l’ebraismo internazionale: la cultura italiana, e non solo quella, è sotto ricatto. Rendere giustizia a Mussolini vorrebbe dire, nella percezione comune, mancare di rispetto alle vittime della Shoah: anche se, con quelle vittime, Mussolini e il fascismo – il quale, fin dal 1919, era pieno di ebrei - non c’entrano nulla, assolutamente nulla.


Di Francesco Lamendola


Fonte: www.accademianuovaitalia.it
http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-identita/storia-del-fascismo/7756-quale-nazifascismo



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