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martedì 16 luglio 2019

Secondo Bergoglio "Gesù ha fallito" (di Francesco Lamendola)

Per essere dei veri cristiani, secondo il gesuita Bergoglio, bisogna accettare sino in fondo il “fallimento” di Gesù?

Perché Bergoglio ama parlare del fallimento di Gesù?

C’è un concetto che Bergoglio, nella sua catechesi e nella sua omiletica, ama ripetere, e c’è una espressione sulla quale gli piace soffermarsi: il fallimento di Gesù. È un concetto conturbante ed è un’espressione che crea un forte disagio, un forte imbarazzo, un forte disorientamento nell’uditorio: i fedeli non sono affatto abituati a udire queste parole e non sentono come familiare un simile concetto. Al contrario. La Chiesa ha sempre insegnato che Gesù non ha fallito per niente la sua missione; che il suo Sacrificio ha redento l’umanità; che quanti, prendendo Gesù a modello, affrontano il suo stesso destino, ad esempio i martiri, riportano una vittoria clamorosa sul male e sul peccato, non certo un fallimento; e, inoltre, che “successo” e “fallimento” sono espressioni ingannevoli, se usate nel senso che attribuisce loro il mondo. Il cristiano ha un criterio di valutazione delle cose umane completamente diverso: ciò che per il mondo è follia, fallimento, sconfitta, per il cristiano può essere saggezza, vittoria e trionfo. Il Nuovo Testamento è pieno di simili parallelismi e di simili espressioni: usare perciò il vocabolo “fallimento” nel senso che gli dà il mondo, cioè giudicando in base alle apparenze, e farlo applicandolo alla Persona di Gesù Cristo, è qualcosa di totalmente inaccettabile. Chi lo fa, o non ha capito nulla del cristianesimo, oppure bara al gioco, e lo fa in piena coscienza.

Prendiamo il libro Aprite la mente al vostro cuore, il primo pubblicato da Bergoglio poco dopo la sua elezione (Milano, Rizzoli, 2013), nel quale c’è un intero capitolo intitolato Il fallimento di Gesù, e nel quale il lettore può leggere bellissime espressioni come questa: Gesù muore da fallito. Ci si chiede a che scopo l’autore le adoperi, quali sentimenti pensi di suscitare nel lettore esprimendosi a questo modo; ed è impossibile evitare di porsi la semplice alternativa se costui non sappia, letteralmente, quel che sta dicendo e parli come un insensato, oppure se lo sappia benissimo, e parli come un nemico del Vangelo e della Chiesa, come un nemico subdolo e vile di Gesù, che si nasconde dietro l’ambiguità delle sue parole per colpire al cuore la fede dei cattolici, per sgretolare le loro certezze e per mettere in crisi, non una crisi di crescita ma una crisi d’angoscia, tutta la loro persuasione di ciò che Gesù rappresenta nella vita del credente. Va da sé che, dopo aver gettato il sasso, Bergoglio nasconde la mano: dopo aver parlato del “fallimento” di Gesù, parla del fatto che Gesù, nonostante ciò, rimane “vivo in mezzo a noi”; e insomma egli può sempre respingere con finta indignazione eventuali accuse, dicendo che dopotutto ha parlato dell’aspetto puramente umano della missione di Gesù, così come essa appariva a uno sguardo esterno, prima del fatto della Resurrezione. Tuttavia Bergoglio ha anche sostenuto, in più occasioni, che mentre la morte di Gesù sulla croce è un fatto certo, perché storico, la sua Resurrezione è solo una opinione del credente: generando altra confusione, altro disagio e altro smarrimento nei fedeli, e lasciando intravedere il fatto inconfessabile che lui, alla Resurrezione, non crede. E come potrebbe crederci, impregnato com’è di teologia liberale e modernista, quella di Karl Rahner ma anche quella di Rudolf Bultmann (protestante, ma a Bergoglio piacciono tanto i protestanti), il quale apertamente nega la possibilità che l‘uomo moderno, che si serve dell’elettricità, della radio e delle più recenti cure mediche, possa credere alla Resurrezione di Cristo, se non come un mero simbolo? Del resto, per comprendere il senso riposto di quelle espressioni adoperate da Bergoglio, bisogna metterle in relazione con tante altre, diverse in apparenza, ma accomunate da una stessa intenzione: distruggere le certezze del credente, aprire il varco all’angoscia e alla disperazione del nichilismo. Che altro significato può avere, ad esempio, mentre sta parlando a un gruppo di bambini, che egli dica loro, su domanda, che nessuno sa perché si soffre, e che essi devono stare in guardia contro quelli che dicono di saperlo? La Chiesa, infatti, sa perché esiste la sofferenza e lo ha sempre insegnato: perché attraverso di essa l’anima si purifica e si eleva al Signore, come ha fatto, appunto, Gesù Cristo sulla croce, e come Lui stesso aveva insegnato: Chi mi vuol venire dietro, prenda la sua croce e mi segua.

Bergoglio vuole distruggere le certezze del credente, aprire il varco all’angoscia e alla disperazione del nichilismo: che altro significato può avere, ad esempio, mentre sta parlando a un gruppo di bambini, che egli dica loro, su domanda, che nessuno sa perché si soffre, e che essi devono stare in guardia contro quelli che dicono di saperlo? La Chiesa, infatti, sa perché esiste la sofferenza e lo ha sempre insegnato: perché attraverso di essa l’anima si purifica e si eleva al Signore, come ha fatto, appunto, Gesù Cristo sulla croce, e come Lui stesso aveva insegnato: Chi mi vuol venire dietro, prenda la sua croce e mi segua!


Affinché chi ci legge possa farsi una propria idea di quanto stiamo dicendo, e giudicare se la nostra interpretazione è tendenziosa o eccessiva,vogliamo riportiamo le parole precise di Bergoglio, tratte dal libro sopra citato (pp 242-245):

"E ancora: il fallimento storico di Gesù e le frustrazioni di tante speranze – “Noi speravamo” (Lc 24,21) – sono, per la fede cristiana, il cammino per eccellenza attraverso il quale Dio si rivela in Cristo e compie la salvezza. (…)

Noi tendiamo a camuffare la constatazione della più grande frustrazione umana, che è la morte: basta guardare i cimiteri e i monumenti funerari per capire che cerchiamo con ogni mezzo di abbellire e “alienare” questo fallimento che riguarda tutta l’umanità. Lo stesso si dica della “canonizzazione” del defunto. Dopo Piazza San Pietro, il luogo in cui si canonizza la maggior quantità di persone è la camera ardente; in genere il defunto viene definito “un santo”. Certo, ora è santo perché non può più disturbare. Tentiamo in ogni modo di dissimulare il fallimento della morte. Inconsapevolmente riponiamo la speranza al di fuori del fallimento, e perciò non la riponiamo in Dio. La speranza pura in Dio si ha quando, come nel caso di Gesù, si tocca il fondo del fallimento (che va oltre la mancanza di vie d’uscita: è l’affermazione positiva che non c’è più via d’uscita, che tutto è finito).

Gesù ha perduto ogni speranza umana d’uscita con l’infamia dell’esecuzione pubblica: questo è il suo fallimento. Ed è arrivato a quel punto perché la cosa più importante per lui era corrispondere al tipo di persona che il Padre voleva che fosse, adempiere la volontà del Padre: ”Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera” (Gv 4,34).

La considerazione del fallimento mette in luce la “carne” di Gesù. Nel Getsemani Gesù sperò istintivamente di evitare la possibilità di fallimento. Solo la certezza dell’amore del Padre l’ha reso capace di superare questa paura. Nel riflettere sul fallimento di Gesù, conviene ricordare le raccomandazioni di sant’Ignazio che ho citato all’inizio del volume. Bisogna “toccare” la carne di Gesù. Esistono altri modi “educati” per evitare lo scandalo, ma questo significherebbe negare la carne di Gesù in questo fallimento: si sfocerebbe nel neodocetismo illuminato così comune nelle nostre élite ecclesiastiche, nelle nostre sinistre ateizzanti e nelle destre settiche. Le élite cattoliche sono a digiuno della beatitudine che lo stesso Gesù proclamò riguardo al tempo de fallimento: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!” (Mt 11,6; Lc 7,23). In questo caso si trattava di fallimento perché la predicazione di Gesù era diretta ai semplici. Le élite schizzinose arricciano il naso di fronte al fallimento, si scandalizzano. E preferiscono disegnare quadri della Chiesa basati più sul “buonsenso” che sul fallimento della croce… Sono neodocetisti e, in fondo, non sono nemmeno molto convinti che Gesù, il Cristo, sia vivo con il suo corpo, sia risuscitato. Al massimo accettano una risurrezione più vicina al concetto bultmaniano o una risurrezione spiritualista, semplicemente perché hanno negato la carne di Cristo non accettandone il fallimento.

Il grande fallimento di Gesù, nell’ambito dell’amicizia umana, sono i suoi discepoli, e Giuda è il più grande di tutti: non ha saputo leggere la misericordia negli occhi del Maestro. (…)

Ed è proprio sulla croce che Gesù accetta definitivamente il fallimento e il male; e li trascende. Lì si manifesta l’insondabilità del suo amore, perché solo chi ama molto possiede la libertà e la vitalità di spirito per accettare il fallimento. Gesù muore da fallito."

Perché Bergoglio ama parlare del fallimento di Gesù? Costui è un nemico "subdolo e vile" di Gesù: alla "Resurrezione" egli non crede e si nasconde dietro l’ambiguità delle sue parole per colpire al cuore "la fede dei cattolici"!


Naturalmente, questo non è il testo completo; non abbiamo potuto riportarlo per intero. Tuttavia il senso, ci sembra, è chiaro: per essere dei veri cristiani, secondo Bergoglio, bisogna accettare sino in fondo il “fallimento” di Gesù, e questo è possibile solo se si “tocca” la carne di Gesù, cioè se si accetta sino in fondo il fatto che egli aveva assunto la natura umana. Ma questa è una mezza verità; e una mezza verità è una menzogna. Gesù aveva assunto la natura umana e nello stesso tempo aveva conservato la sua natura divina: questa è la verità, almeno per un cattolico. Ciò significa che limitarsi a toccare la carne di Gesù offre una prospettiva parziale e fuorviante. Ma per martellarci in testa la sua idea, Bergoglio non esita a ripetere infinite volte l’espressione “il fallimento di Gesù”: ricorre quasi ad ogni riga. Però non si prende il disturbo di chiarire che ora adopera l’espressione nel senso umano, come sconfitta suprema, ora invece nel senso cristiano, come resa alla volontà di Dio e premessa alla vittoria finale sul peccato e sulla morte. Lascia questo compito al lettore; lui frattanto gode a ribadire ad ogni pie’ sospinto che Gesù ha fallito, che è morto come un povero fallito. Oh, è molto abile, il signor Bergoglio. Insinua che chi non vuol guardare la carne di Gesù, e quindi il suo fallimento, è uno “schizzinoso”; e si trincera dietro la rivendicazione della sua fede come “vera”: la fede che accetta il fallimento per rimettersi interamente alla volontà del Padre. Con gusto veramente pessimo, non si trattiene nemmeno questa volta dal polemizzare con qualcuno, dal lanciare i suoi strali contro le élite cattoliche, accusandole di neodocetismo, cioè di eresia, e anche di spirito bultmaniano (excusatio non petita: la miglior difesa è l’attacco, vero?). E che espressioni ironiche, sarcastiche, piene di disprezzo, adopera contro i suoi ideali avversari! Ma dove sarebbero queste “élite cattoliche” che non vogliono confrontarsi col fallimento di Gesù, che ”arricciano il naso” davanti alla sua carne? Noi, quando si parla di élite cattoliche, pensiamo agli uomini di sua fiducia che ha messo in tutti i vertici della Chiesa; a vescovi e cardinali ultraprogressisti e non più cattolici, come Paglia, Galantino, Bassetti, Perego; ai teologi o sedicenti tali (come Enzo Bianchi), anch’essi non più cattolici, se pure lo sono mai stati, dei quali si è circondato; ai Braz de Aviz, che lui manda a commissariare gli ordini religiosi colpevoli di “pregare troppo” e di “eccessiva spiritualità”: questo vediamo, quando ci si parla di élite cattoliche. C’è qualcuno che vede dell’altro? Dove sarebbero queste famose élite, popolate di farisei e sepolcri imbiancati? Ma già che ha preso il via, a Bergoglio non basta polemizzare con esse: si mette a polemizzare anche con la politica, se la prende con la destra e con la sinistra; e intanto porta il discorso sul piano politico, che non c’entra niente con quel che stava dicendo.

Oh, è molto abile, il signor Bergoglio: non è certo uno sprovveduto, anzi, è molto astuto. Se sceglie continuamente espressioni ambigue, suscitatrici del massimo disagio tra i fedeli, lo fa per uno scopo preciso. Indovinate quale?


L’ambiguità voluta e la sottile malignità di tutto il discorrere di Bergoglio sul fallimento di Gesù discendono dal non aver chiarito cosa egli intenda per fallimento. Basti dire che anche la morte, per lui, è un fallimento; anzi, è il fallimento più grande dell’intera umanità, contro il quale gli uomini hanno eretto un muro d’ipocrisia auto-consolatoria, dedicando troppa cura alle esequie dei morti, ai cimiteri e all’elogio del caro estinto. E qui raggiunge il vertice del cattivo gusto, adottando un’ironia talmente acre, e talmente fuori luogo, da lasciare interdetti: Dopo Piazza San Pietro, il luogo in cui si canonizza la maggior quantità di persone è la camera ardente. Ma la morte non è affatto un fallimento: non lo è, beninteso, per l’uomo razionale, illuminato dalla sana ragione, e più ancora dalla fede, il quale sa benissimo che il suo corpo di carne è solo un involucro, un rivestimento che dovrà lasciare, un giorno, affinché l’anima sia libera di andare incontro al suo destino eterno. Definire la morte un fallimento tradisce una non accettazione della condizione creaturale, e perciò mortale, dell’uomo stesso, e lascia intravedere un orgoglio luciferino: non è stato il serpente a dire a Eva: Se mangerete questo frutto, voi non morrete? L’uomo che pretende di non morire è l’uomo luciferino che rifiuta di essere una creatura. Dietro le belle parole di Bergoglio, con le quali ci esorta a fare la volontà del Padre, s’intravede questo fondo luciferino. Se così non fosse, perché tanta enfasi sul fallimento? L’uomo cristiano sa di essere creatura, ma sa anche di avere un destino immortale; non si dispera all’idea della morte, perché non la sopravvaluta. E così non sopravvaluta le cose del mondo. Gesù è stato un fallito, dice Bergoglio, anche sul piano dell’amicizia; perché, insinua, non ha saputo scegliersi bene i suoi discepoli. Ma questo lo dice lui. A noi risulta, come la Chiesa ha sempre insegnato, che Gesù conosceva benissimo le debolezza degli apostoli e nondimeno li scelse, non perché non avrebbe potuto trovarne di migliori, ma per far risaltare la potenza di Dio anche nell’umile creta di una umanità piena di debolezze e difetti. Gesù non è Socrate; non vuol fondare una scuola filosofica; non ha quindi bisogno di seguaci intelligentissimi e dottissimi, ma di persone capaci di aprirsi al mistero della fede. E le ha trovate, perché ha saputo leggere nei loro cuori. Certo, si sono smarriti, si sono sbandati; ma solo per un attimo: sono bastati pochi giorni ed eccoli riprendere l’opera del Maestro, annunciare il Vangelo senza incertezze o paure: mettendo al centro di esso la Resurrezione, non certo il fallimento del loro Maestro. Chi batte e ribatte sul tema del fallimento non ha capito nulla, o peggio. Noi propendiamo per il peggio: Bergoglio non è certo uno sprovveduto; anzi, è molto astuto. Se sceglie continuamente espressioni ambigue, suscitatrici del massimo disagio tra i fedeli, lo fa per uno scopo preciso. Indovinate quale?

Di Francesco Lamendola

Fonte: Accademia Nuova Italia
http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/teologia-per-un-nuovo-umanesimo/7753-quale-fallimento-di-gesu


DeepMoon Amministratore:

Altro che fallito!






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