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PIETRO E' STATO A ROMA – PROVE STORICHE, (2/2)

Abbiamo visto che indagando nella storia in modo serio, e leggendo opere di autorevoli storici come Marta Sordi o Ilaria Ramelli, si scoprono interessantissime notizie sui cristiani e l’impero Romano. E’ stato scoperto un documento romano importantissimo che prova l’esistenza di Gesù, la sua resurrezione storica, e la presenza dei cristiani a Roma nei primissimi anni successivi alla resurrezione di Gesù Cristo.

Questo documento è il famoso senato consulto, che Tiberio imperatore romano in carica ai tempi di Gesù, inviò al senato di Roma, per chiedere di considerare anche Gesù come un dio, da aggregare ai tanti dei che già adoravano i romani. Il sincretismo romano infatti era assai conosciuto, ed era uso dei romani non “inimicarsi” nessun dio, per avere l’appoggio di tutti gli dei esistenti, nella conquista di nuove terre.

Nell’anno 35 d.C. quindi Tiberio fa questa richiesta ufficiale al senato di Roma, “Senato consulto” ma il senato bocciò tale richiesta, il documento però venne archiviato, come del resto tutti i documenti ufficiali scritti per volere dell’imperatore.

Pilato aveva inviato un rapporto dettagliato all’imperatore, dove spiegava i fatti della presunta resurrezione di Gesù, e che avendo mandato altri soldati ad analizzare il sepolcro vuoto, questi avevano visto le bende che avvolgevano il corpo di Gesù non afflosciate come normalmente dovevano essere, ma ancora sospesa in aria, come se contenessero ancora il corpo di Gesù. Ecco perché Tiberio voleva ammettere anche Gesù tra gli dei di Roma.

La relazione di Pilato avrà fatto tesoro delle testimonianze ricevute dai soldati messi di guardia al sepolcro di Gesù, dal momento che si trovarono a essere i testimoni oculari di qualcosa di eccezionale e quindi finirono al centro di concitate indagini. Ma come reagirono le autorità del Tempio al primo diffondersi della notizia relativa alla resurrezione di Gesù? Ce lo riferisce l’evangelista Matteo, descrivendo le convulse ore del mattino del 9 aprile dell’anno 30, mentre le tre Marie che al sepolcro avevano incontrato Gesù di nuovo vivo, sconvolte stanno correndo a dirlo agli apostoli. I farisei misero in giro la voce che le guardie del sepolcro furono pagate, per dire che mentre dormivano i discepoli di Gesù rubarono il corpo. I soldati avranno anche preso quei soldi fornendo alla gente la versione, ma a Pilato dovettero dire la verità perché la quella versione non stava in piedi: se infatti dormivano – mancando gravemente al loro dovere- non potevano affermare di aver visto i discepoli di Gesù venuti a rubarne il corpo. E se non dormivano, vedendoli certamente avrebbero impedito il misfatto. La versione dei capi dei sacerdoti fa acqua anche perché non era cosa facile né veloce spostare quella grossa pietra che chiudeva il sepolcro e trafugare il corpo, inoltre dovette bastare una rapida ispezione fatta fare da Pilato per constatare che in quel sepolcro, sulla pietra dove era posto il corpo, era misteriosamente rimasto il lenzuolo, ancora avvolto e legato come quando racchiudeva il morto, ma senza più il corpo stesso, quella strana posizione del lenzuolo induceva a pensare che nessuno avesse slegato e aperto il lino per prelevare il cadavere.” (cfr, Guerra contro Gesù, Antoni Socci)

Petronio prima del 50 d.C. a Roma scrive il suo Satyricon e prende a bersaglio satirico l’unzione di Betania, l’istituzione dell’Eucaristia, il canto del gallo per il tradimento di Pietro, la crocifissione la resurrezione, la madre di Gesù e l’idiozia credulona dei cristiani che si bevono la balla che un morto possa risorgere. E’ stupefacente che per così tanto tempo non si siano notate queste clamorose parodie anticristiane, così ricche di riferimenti ai dettagli della vita di Gesù. Questa è una delle tante tracce del cristianesimo che arrivò a Roma, assieme al senato consulto del 35 d.C. di fatto da Tiberio.

Dunque Gesù era conosciuto a Roma negli anni 40. Questo è probabilmente l’annuncio cristiano che deve essere stato portato da Pietro in persona. Gli Atti degli apostoli (12,1-3) in effetti dicono che attorno al 41, quando Erode Agrippa assume il governo della Giudea.

In Giudea l’unica persecuzione <<statale>> che la Chiesa subì dopo il processo di Stefano e prima del 62, si verificò nel periodo in cui la regione fu affidata a un re locale, Erode Agrippa I, tra il 41 e il 44, e sottratta al governo romano: il re <<colse l’occasione>> , fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni e <<visto che ciò faceva piacere ai Giudei>> fece arrestare Pietro (At 12,1-3). Gli Atti raccontano che Pietro, libero miracolosamente dal carcere, <<se ne andò in un altro luogo>> (At 12,17)

In uno studio recente F. Grzybek, riprendendo una proposta del Thiede, ricorda che i commentatori antichi e moderni vedono in questo <<altro luogo>> Roma ed accosta questa espressione a quella identica di Ezechiele 12,3 e 12,13 in cui <<un altro luogo>> è Babilonia. Il nome Babilonia per indicare Roma torna nei saluti finali della prima lettera di Pietro, 5,13 inviati ai cristiani dell’Asia Minore dalla <<comunità degli eletti che è in Babilonia, insieme a Marco, mio figlio>> Lo Grzybek spiega che qui non si tratta, come nell’Apocalisse, di una designazione simbolica di Roma, ma di un crittogramma: come Pietro nella sua lettera, così Luca negli Atti ricorre al medesimo stratagemma per non svelare la presenza e la venuta di Pietro a Roma. Agrippa I morì nel 44 e questo è il terminus ante quem per la partenza per Roma di Pietro; la data del 42 per l’arrivo dell’Apostolo a Roma si trova nella traduzione latina di Gerolamo del Chronicon di Eusebio (p. 179 Helm) ma le testimonianze più importanti, riferite dallo stesso Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica, sono quelle di Papia di Gerapoli (vissuto fra l’ultimo quarto del secolo I e la prima metà del II) di Clemente di Alessandria e di Ireneo, ambedue della seconda metà del II secolo. La testimonianza di Papia è conservata da Eusebio in due citazioni distinte: nella prima (H.E. II, 15) dopo aver detto che Pietro predicò a Roma all’inizio del regno di Claudio e che i suoi ascoltatori chiesero a Marco di mettere per iscritto l’insegnamento che avevano ascoltato a voce e che essi furono così responsabili della stesura del Vangelo detto di Marco. Oltre a Papia e Clemente anche Ireneo ricorda che Matteo aveva scritto il suo Vangelo, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano a Roma, ed osserva che Marco, discepolo di Pietro trasmise anche lui per iscritto.

L’identificazione di un frammento papiraceo in lingua greca scoperto nelle grotte di Qumran (l’ormai famoso 7Q5) con un passo del Vangelo di Marco 6,52/53), la datazione di questo frammento in base ad un’analisi della scrittura, fatta quando non si pensava affatto di trovarsi davanti ad un passo del Nuovo Testamento, agli anni prima del 50 d.C., la provenienza del frammento da Roma suggerita dalla presenza, nella stessa grotta, di un coccio di giara con una scritta semitica indicante Roma, hanno stimolato, nonostante le molte contestazioni, la ricerca storiografica che, accogliendo l’identificazione come utile ipotesi di lavoro, ha riesaminato il problema della prima venuta di Pietro a Roma, e la formazione della più antica comunità cristiana dell’Urbe, riconoscendo l’aderenza della scoperta relativa al frammento di Marco a testimonianze antiche e autorevoli come quelle di Papia e di Clemente.

Secondo il frammento latino di Clemente, la predicazione di Pietro si era svolta coram quibusdam Caesarianis equitibus e che erano stati proprio questi a chiedere a Marco di mettere per iscritto le cose che Pietro aveva detto.

Anche il Vangelo di Luca sembra dedicato a un cavaliere il titolo che egli dà a Teofilo, a cui dedica il suo Vangelo (1,4) , corrisponde al latino egregius ed è il titolo che spettava ai cavalieri romani. La lettera ai Romani 16,11 parla di fedeli nella casa di Narcisso, il più celebre dei liberti imperiali (Caesariani) del tempo di Claudio. Tacito pone nel 42/43 la conversione a una superstitio externa, che è certamente il cristianesimo (Ann. XIII,32), di Pomponia Grecina, moglie di Aulo Plauzio, generale romano, che proprio nel 43 condusse per Claudio la spedizione in Britannia. Negli Atti di Pietro, un apocrifo asiatico della fine del II secolo, Pietro fu ospite a Roma in case di senatori, e , in particolare in casa di un certo Marcello: vale la pena di notare che Marcello è il nome di colui che L.Vitellio – nella missione affidatagli da Tiberio a Gerusalemme nel 36-37m che culminò con il rinvio a Roma di Pilato e con la deposizione di Caifa (Flavio Giuseppe, Ant. XVIII,89ss.,95) e che, presumibilmente, assicurò la pace ai cristiani nelle regioni sotto il controllo romano (At 9,31) – aveva lasciato in Giudea per sostituire Pilato. L. Vitellio, che aveva avuto modo di occuparsi dei cristiani negli anni dopo il 35 per conto di Tiberio, e che aveva probabilmente portato in Siria il nome Christiani, era nel 43 console e si trovava certamente a Roma, dove Claudio lo aveva lasciato con poteri straordinari durante la sua assenza in Britannia. Questo potrebbe spiegare l’interesse che una parte dell’aristocrazia romana provò nel 42/43 per la predicazione di Pietro: la richiesta rivolta a Marco, proprio da personaggi della classe dirigente, di mettere per iscritto ciò che avevano ascoltato a voce, potrebbe non essere nato solo da entusiasmo religioso, ma anche dal desiderio di valutare attentamente l’atteggiamento che la nuova <<setta>>, che stava diffondendosi in seno al giudaismo aveva verso Roma. Sotto Claudio, insomma, il governo romano sembra essere convinto della non pericolosità per i Romani della nuova dottrina e mostra la sua intenzione di non ostacolarne la diffusione.

L’incontro di Paolo con Sergio Paolo proconsole di Cipro, può essere datato intorno al 48 d.C. l’iniziativa dell’incontro fu presa dallo stesso proconsole, che volle conoscere Paolo (che stava predicando nelle sinagoghe giudaiche) e che sembra in qualche modo al corrente dell’esistenza dei cristiani. La conversione del proconsole comportò un mutamento nell’onomastica di Paolo, che fino a questo momento l’autore degli Atti chiama sempre Saulo, con l’assunzione di un signum, qui et Paulus che da questo momento diventa il nome con cui egli si presenta.

Eusebio ricorda (H.E. II, 14,5ss.) che Pietro era venuto a Roma sotto Claudio per contrastare l’azione di Simon Mago, la cui presenza a Roma (sotto Claudio e non sotto Nerone) è nota anche a Giustino Martire (1 Apol. 26) e a Ireneo (Adv. Haer. I,23,1ss.)
Negli Atti degli apostoli ricordiamo At 13,8 l’episodio in cui Saulo davanti al proconsole Sergio Paolo fece diventare cieco il mago bar-Iesus, per punirlo con la giustizia divina.
(cfr, Marta Sordi – I cristiani e l’impero romano)

E’ interessante leggere anche il testo che segue

IL PRIMO SBARCO DELL'APOSTOLO PIETRO IN ITALIA

Una ricostruzione storica dell’arrivo del principe degli apostoli nel Salento, ove, per la prima volta celebrò una messa e iniziò l’apostolato in Italia, per poi incamminarsi verso Roma. di Stefano Biavaschi

Molto si conosce dei viaggi e delle tappe dell’apostolo Paolo, mentre minori notizie abbiamo riguardo agli spostamenti del principe degli apostoli, Pietro, nato a Betsaida di Galilea e morto a Roma nell’anno 67.

I VIAGGI DEL PRINCIPE DEGLI APOSTOLI

Sappiamo certamente che viaggiò molto per diffondere il Vangelo, a cominciare dalla Giudea e dalla Samaria. Negli Atti degli Apostoli, Pietro è ricordato, oltre che a Gerusalemme, a Lidda, Joppe, Cesarea. Nella sua prima Lettera, Pietro si rivolge ai «fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia» (1 Pt. 1,1), segno che ha conosciuto gli abitanti di questi luoghi.

Per gli studiosi quest’epistola è stata scritta a Roma, la “Babilonia” cui l’apostolo accenna nel penultimo versetto. Secondo la Tradizione Petrina, infatti, il principe degli apostoli non solo raggiunse l’Italia, ma visse l’ultimo ventennio della sua vita nella capitale dell’Impero; dopo il martirio fu sepolto sul Colle Vaticano, e tuttora le sue ossa riposano nella cripta dei papi sottostante la basilica di San Pietro.

C’è però difficoltà a ricostruire con esattezza i viaggi petrini e a stabilirne le soste. Tra gli scritti cosiddetti pseudo-clementini (preziosa fonte per gli studiosi dei primi secoli), composti poco dopo il 200 d.C., vi è un’opera denominata Viaggi di Pietro, che era stata adottata dai giudei ebioniti.

Gli ebioniti credevano sia nell’ebraismo sia in Gesù come Messia (atteggiamento ancora oggi presente tra le migliaia di ebrei messianici d’Israele), e facevano riferimento ad un vangelo di Matteo rielaborato, e anche all’opera Viaggi di Pietro. È da questo testo che fu attinta l’immagine della chiesa come “barca di Pietro”, perché l’apostolo ci teneva a sottolineare che, se al timone della Chiesa c’è Cristo, il vescovo è da considerarsi il “secondo timoniere”.

Nel corso dei secoli, diversi documenti di grande interesse arricchiscono la cosiddetta tradizione petrina, in base alla quale alcune città contendono il primo sbarco di san Pietro in Italia, e in particolare: Otranto, San Pietro in Galatina, S. Maria di Leuca, Gallipoli, Taranto, San Pietro in Bevagna (Manduria). Non si può escludere però che l’apostolo abbia visitato più di uno di questi porti, seguendo le rotte commerciali che anticamente facevano scalo proprio in questi luoghi.

LO SBARCO A OTRANTO

Ad Otranto, sulla collina più alta, sorge un’antichissima chiesetta che intende commemorarne lo sbarco, raccontato anche dallo storico Egesippo (110-180) nel De Bello Judaico, una delle più antiche storie ecclesiastiche che conosciamo. Troviamo conferme di questo sbarco anche da parte di Clemente Alessandrino (150-215), Arnobio (255-327), Eusebio di Cesarea (265-340), Cirillo di Gerusalemme (313-386), Sant’Ambrogio (339-397). Vari studiosi di prestigio, tra cui il Baronio, il Tasselli, l’Arditi, hanno concluso che, alla luce delle “vestigia nobilia” presenti sul territorio, l’apostolo avesse davvero attraversato Otranto nell’anno 42, come tappa del suo viaggio verso Roma. Del resto sappiamo che anche Cicerone sbarcò nel porto di Otranto provenendo dalla Grecia.

IN MARCIA VERSO ROMA

A San Pietro in Galatina, oggi Galatina, è conservata nel Duomo la pietra sulla quale, secondo la tradizione, san Pietro si riposò durante una delle tappe salentine nel suo viaggio da Antiochia verso Roma. Non a caso lo stemma della città di Galatina contiene come simbolo le “chiavi di Pietro”. A Santa Maria di Leuca un’antica fonte riporta che «Pietro, giunto da Gerusalemme, incontrò la popolazione locale»; ma si teme che il riferimento sia dovuto a Pietro vescovo di Alessandria.

A Gallipoli è la chiesetta di San Pietro de’ Samari a ricordare il passaggio dell’apostolo; secondo la tradizione petrina il vicario di Cristo avrebbe in questo sito nominato il primo vescovo di Gallipoli: Pancrazio, suo condiscepolo. È da sottolineare che la ricerca storica ha confermato che san Pancrazio visse davvero nel I secolo, e fu davvero vescovo di Gallipoli per alcuni anni, prima di spostarsi in Sicilia ove subì il martirio.

In sostanza, non sono poche le testimonianze che confermano una vasta evangelizzazione della Puglia fin dal primo secolo, e pongono proprio in età apostolica le origini delle sedi episcopali salentine, soprattutto quelle di Gallipoli ed Otranto.

A Taranto la visita dell’apostolo è riportata nella Historia Sancti Petri, testo agiografico risalente al IX-X secolo, ove si narra che Pietro, prima di entrare in città all’epoca dell’Imperatore Claudio (41-54 d.C.), si volle fermare sull’isola antistante, oggi chiamata Isola di San Pietro. Anche in questo caso non si tratterebbe solo di una sosta, ma di una tappa che comporta sempre l’evangelizzazione degli abitanti, il loro battesimo e la loro conversione.

Un Index Apostolorum del III secolo confermerebbe l’istituzione petrina dei primi vescovi pugliesi, tra cui San Basso, forse originario di Ruvo, martirizzato a Roma nella persecuzione di Traiano (108 d.C.). Anche il vescovo San Cleto sembra essere stato nominato da San Pietro.

Sicurezza delle fonti storiche C’è da auspicarsi che ricercatori universitari e studiosi potranno compiere indagini approfondite attorno a questi ed altri siti, al fine di perfezionare la nostra conoscenza sui viaggi di Pietro. Se per i viaggi di Paolo è accertato l’itinerario marittimo che prima di Roma toccò Malta, Siracusa, Reggio Calabria e Pozzuoli, per quelli di Pietro occorre fare molta attenzione a distinguere fra storia e leggenda, anche perché, spesso, la storia si tinge di leggenda e la leggenda affonda le radici nella storia.

Certa è comunque la presenza dell’apostolo nella capitale, visti anche gli stretti legami tra Roma ed il Vangelo scritto da Marco, che era “segretario” e compagno di viaggio di Pietro (1 Pt. 5,13). Inoltre antichissimi scrittori quali Clemente Romano (95 ca), Ignazio d’Antiochia (†107 ca), Ireneo (†180 ca), Tertulliano (155-220), Eusebio (260-340), riconoscono che Pietro avesse operato a Roma e vi fosse morto. Anzi, pare proprio che Pietro sia arrivato a Roma ancora prima di Paolo; questo perché quando Paolo scrive ai Romani (57 d.C.), essi risultano già convertiti («la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo», Rm. 1,8). Paolo, infatti, conoscerà la capitale solo col suo terzo viaggio del 59-62 d.C. a causa di continui impedimenti, sebbene si dichiarasse «pronto a predicare il Vangelo anche a voi di Roma» (Rm. 1,10-15).

Il fatto che sia dunque certa la presenza di Pietro a Roma, darebbe di conseguenza per certo il precedente attraversamento del Mezzogiorno. La molteplicità dei riferimenti salentini fa per esempio pensare ad un reale passaggio petrino nei luoghi che abbiamo citato, anche perché le antiche rotte marittime che facevano giungere a Roma merci e persone avevano come approdi proprio i luoghi fin qui ricordati.

Pietro a Mandria e a San Pietro in Bevagna Abbondanza di segnali e di riferimenti troviamo anche a San Pietro in Bevagna, la località marittima di Manduria, a metà strada tra Taranto e Gallipoli, e che conserva nel suo toponimo l’antica tradizione petrina. Manduria è città antichissima, di origine pre-romana, con importanti resti della lontanissima civiltà messapica (necropoli, muraglioni), ed è ricordata anche da Plinio (23-79 d.C.) nella Historia Naturalis per il suo inesauribile Fonte, poi chiamato “Pliniano”.

Proprio accanto alla necropoli messapica, sempre ricca di sorprese archeologiche, sorge l’antichissima chiesetta di San Pietro Mandurino (foto 1), munita di un ipogeo a colonne scavate nel tufo, adornato di affreschi che qualche studioso (tra cui il Petrucci) considera almeno in parte paleocristiani. Al di sopra di questa costruzione sotterranea, un consumato affresco raffigurante san Pietro accoglie il visitatore (foto 2): su di esso campeggia un’incisione che in questo “templum vetustissimum” è dedicata “apostolorum principi” (foto 3).

L’antico rito della processione che da tempo immemorabile si svolge da Manduria a San Pietro in Bevagna intende proprio fare memoria dello sbarco dell’Apostolo, dovuto, secondo la tradizione petrina, a un naufragio. Segni di un antico naufragio, a dire il vero, sono ben evidenti a pochi metri da questa costa: i ben noti sarcofagi di marmo grezzo che fan bella mostra di sé sui trasparenti fondali marini (foto 4-5-6-7). Si tratta certamente di manufatti d’epoca romana, risalenti ai primissimi secoli d.C., ma non è certo possibile stabilire se sono provenienti dalla stessa nave che portava l’Apostolo. Certo è che l’approdo a San Pietro in Bevagna era spesso tappa obbligata per gli antichi naviganti, sia per il rifornimento d’acqua (il locale Chidro è uno dei rarissimi fiumi sul versante jonico del Salento), e sia per il rifornimento del sale, tanto indispensabile per la conservazioni degli alimenti trasportati (e ben presente nella vicina salina De’ Monaci).

Secondo lo studioso locale Antonio Bentivoglio (1946-2005), «San Pietro in Bevagna era fin dall’epoca romana, ma anche pre-romana, tappa obbligata nella rotta Otranto-Leuca-Taranto, perché la navigazione era di cabotaggio: piccola navigazione commerciale che si svolgeva tra un porto e l’altro». Fatto sta che nella chiesetta costiera di San Pietro in Bevagna (foto 8) è conservato, dietro l’abside, il “fonte battesimale di Pietro” (foto 9) e la “pietra dell’altare” su cui Pietro avrebbe celebrato le prime messe italiche (foto 10). Secondo il Bentivoglio l’antichissima consuetudine delle “perdonanze”, ancora celebrata il 3 aprile, risale ai tempi apostolici di conversione battesimale e catecumenato penitenziale.

Un eccezionale rinvenimento Negli ultimi anni, un ulteriore avvenimento archeologico ha di nuovo posto l’attenzione sul passaggio dell’Apostolo in questi luoghi: nel terreno fra la chiesetta di San Pietro Mandurino e la necropoli è stata casualmente rinvenuta una lapide bimillenaria, in pietra viva, che sembra fare memoria proprio al principe degli apostoli (foto 11). Vi è infatti incisa la scritta “PETRO VI.SI.ET.” (“A Pietro sia la vita eterna”). Nello scritto L’epigrafe paleocristiana di Manduria nel quadro della tradizione petrina, composto il 5 luglio del ‘95, Antonio Bentivoglio afferma: «La datazione della lapide ci viene dal “cursus” delle lettere, che è quello della capitale quadrata romana, ed anche dallo stile del testo. Inoltre è stata riscontrata la presenza di resti di minio, un composto chimico col quale si ricoprivano i caratteri incisi, perché il minio, ossidandosi, acquistava un colore rosso, e ciò è indice dell’importanza dell’atto dedicatorio. Alla luce di tutto questo affermiamo che tale scritta debba riferirsi a S. Pietro, fondatore della Chiesa di Roma».

Secondo il Bentivoglio, a confermare l’autenticità della lapide dedicatoria (ora incastonata nella Biblioteca “Marco Gatti” di Manduria), sono anche alcuni “errori” tipici dell’epigrafia cristiana antica, come la “E” al posto della “Æ”, oppure l’assenza nella stessa “E” dell’asta orizzontale superiore. Oltre al dativo “PETRO” ed oltre alle tre parole abbreviate (“VI” per Vita, “SI” per Sit, “Et” per Eterna), compare in un successivo rigo una “A” puntata che sta per AMEN, per cui ne deriva la lettura: “Sia vita eterna a Pietro. Amen”. Inoltre il segno dell’ancora, presente nel lato sinistro della lastra, ne confermerebbe la collocazione tra la paleografia cristiana.

È possibile che tale lapide sia stata incisa a seguito della notizia della morte di Pietro? Forse era giunta voce, ai convertiti di quelle terre, della crocifissione dell’Apostolo sotto Nerone. Quella morte che, come disse Giovanni, Cristo gli aveva presagito (Gv. 21,18 ss).....

Ancora dubbi sulla presenza di Pietro in Italia e a Roma?

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